2016 numero 10

Sommario

ABSTRACT

ERNST LUBITSCH – MAESTRO DI CINEMA di Giorgio Sabbatini
Il nome di Ernst Lubitsch è legato al periodo storico della commedia hollywoodiana che si è sviluppato tra gli anni Trenta e Quaranta. Lubitsch, regista e produttore di film appartenenti al cosiddetto genere della commedia sofisticata, grande osservatore della realtà e dei rapporti umani, è un attento costruttore delle proprie regie nelle quali cerca sempre di raggiungere la perfezione con una continua ed incessante capacità di limare le sceneggiature.
Innovatore di un Cinema ricco di spunti critici ed ironici nei confronti di una società complessa, il regista tedesco riesce a coniugare immagini ed azioni con quel suo sorprendente “tocco” che trasmette al pubblico chiare situazioni senza che le stesse siano ampiamente descritte e visualizzate con le immagini.

MIMMO CALOPRESTI: IL VERO CINEMA RESISTENTE di Roberto Lasagna
Il cinema, il percorso, l’impegno di un cineasta “resistente” del nostro tempo.

ROSSELLINI -TRUFFAUT di Marino Demata
Da documenti, ricordi personali e interviste di François Truffaut, l’articolo tenta di delineare aspetti della personalità di Roberto Rossellini quale essa è apparsa al regista francese durante la quotidiana frequentazione, quale suo aiutante, per circa tre anni in Francia. I ricordi e i giudizi di Truffaut sul regista italiano sono particolarmente significativi perché riferiti ad un’epoca cruciale della vita di Rossellini: dai momenti di tristezza e depressione per le stroncature di “Viaggio in Italia” da parte della critica italiana, ai nuovi entusiasmi per idee e progetti poi non realizzai e soprattutto al clima positivo ed entusiasta che egli trovò a Parigi.

CAPOLINEA PARADISO: DUMINICĂ LA ORA 6 di Francesco Saverio Marzaduri
Un’opera in stile Nouvelle Vague che già contiene le inquietudini della generazione romena, prima che il “Noul Val” faccia la sua apparizione, e le tematiche che Lucian Pintilie porterà ulteriormente a compimento nel proprio cinema.

INTERVISTA A SERGIO TOFFETTI DIRETTORE DELL’ARCHIVIO CINEMA D’IMPRESA DI IVREA a cura di Paolo Micalizzi

FILMMAKER ALLA RIBALTA: GIORGIO RICCI di Paolo Micalizzi
Profilo di un filmmaker che si dedica anche ad iniziative di carattere umanitario per le quali ha ricevuto la “Cittadinanza benemerita” di Pesaro.

LABORATORIO EFFETTI SPECIALI CON STEFANO PIZZOLITTO AL CAMPUS “NATURALMENTECINEMA” DI FEDIC SCUOLA di Laura Biggi
Stefano Pizzolitto guest star del campus “naturalmentecinema” di FEDIC Scuola: quando apprendimento, divertimento e professionalità si incontrano… Il risultato è… Mostruoso.

LE RASSEGNE DI CINEMA SCONOSCIUTO O DIMENTICATO DI RIVE GAUCHE – ARTECINEMA di Marino Demata
L’articolo offre un quadro degli ultimo quattro anni di attività dell’Associazione No profit Rive Gauche – ArteCinema  a Firenze, impegnata a far conoscere, attraverso una serie di rassegne di lungometraggi ed eventi, soprattutto film poco noti, dimenticati, o del tutto inediti in Italia, reperiti, con paziente lavoro, soprattutto all’estero. Il successo è stato crescente ed ha accreditato in città l’Associazione (aderente alla Fedic) come una forza in grado di costruirsi un proprio spazio, portando tra l’altro alla conoscenza del pubblico film che aprono riflessioni e interrogativi o che gettano un fascio di luce su problemi e drammi del nostro tempo.

A CALCI STAGE FEDIC 2016 CON IL REGISTA ALESSANDRO GRANDE di Roberto Merlino
Grande successo dello Stage Nazionale FEDIC, giunto alla 14.a edizione. Ottima organizzazione di quello che è diventato un sicuro punto di riferimento per i cinefili che vogliono arricchire la loro esperienza, trovando stimoli e nuovi amici.

CESENATICO: 6° ANIMARE – FILMFESTIVAL DI ANIMAZIONE di Gianluca Castellini
Resoconto del  Festival di cinema d’animazione internazionale, le cui opere sono state al vaglio di una Giuria di bambini e ragazzi di età compresa tra 3 e 12 anni.

69° FESTIVAL DI LOCARNO: UN FESTIVAL A UN BIVIO di Giancarlo Zappoli
Il Festival del Film di Locarno, come ha dichiarato il direttore artistico Carlo Chatrian, deve ritrovare le proprie radici di manifestazione che offre spazio alle cinematografie meno note ed emergenti. Ha già iniziato a far ciò ma questo impone un ripensamento sulle varie sezioni.

INCONTRI CON TRE PROTAGONISTI DEL FESTIVAL: RUS, ANCARANI, KRUGER di Marina Ruiz

CINEMA INNOVATIVO  E RISCOPERTE ALLA MOSTRA DEL NUOVO CINEMA DI PESARO di Paolo Micalizzi
Avvenimenti e Premi della 52^ edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, volto nella direzione artistica di Pedro Armocida ad un cinema legato a forme innovative e di ricerca del linguaggio cinematografico.

PREMI ED INIZIATIVE DEL “BIOGRAFILM FESTIVAL” 2016 di Paolo Micalizzi
Biografie nazionali ed internazionali con Premi ed Omaggi alla manifestazione diretta da Andrea Romeo.

XXII SAN GIÒ VERONA VIDEO FESTIVAL UN CINEMA DI RICERCA INDIPENDENTE IN MOSTRA di Guido Zauli
Premi e commenti  sulla manifestazione veronese di retta da Ugo Brusaporco che si rivolge al cinema indipendente internazionale.

THE WITCH E ESCOBAR, DUE OPERE PRIME TRA STREGHE E NARCOTRAFFICANTI di Marco I. Zambelli
Abstract : Nel solito deserto della programmazione  estiva, due opere valide prime, “The Witch” e “Escobar” trovano finalmente la via delle sale cinematografiche.

“UN PADRE, UNA FIGLIA di Tullio Masoni
Recensione dell’ultimo film di Cristian Mungiu.

AH, SUDAMERICA, SUDAMERICA!: “EL ABRAZO DE LA SERPIENTE” DI CIRO GUERRA; “IL CLAN” DI PABLO TRAPERO. di Paolo Vecchi
La Sudamerica degli ultimi film di Ciro Guerra e Pablo Trapero.

“MADRI” DI BARBARA CUPISTI di Paola Dei
Riflessioni su un documentario che accumuna le madri di Israele a Maria

PROTEGGICI DAL MALE… DALLA STUPIDITÀ E DALL’AVIDITÀ CHE NE SONO LA CAUSA di Marcello Cella
“Ovunque proteggi” di Massimo Bondielli. Il racconto della notte del 29 giugno 2009 nella stazione ferroviaria di Viareggio. La strage che ha ucciso 32 persone bruciate vive nelle loro case.

IL RITORNO DEL SUPER 8 di Elio Girlanda
Cinquant’anni dopo la sua fine, torna prepotente l’interesse dei filmmalker e dell’industria per il Super8. Ma non è solo revival. Emergono temi importanti come un’altra idea di fare cinema, la sperimentazione oltre il digitale, la conservazione e il restauro della memoria nazionale in formato ridotto, grazie a festival, associazioni, reti e filmmaker indipendenti

BILLIONS  di Giancarlo Zappoli
Il cinema ha trattato in più occasioni negli ultimi anni le problematiche relative alle speculazioni finanziarie che hanno portato alla crisi economica mondiale di cui si stanno ancora pagando le conseguenze. La serialità televisiva non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di intervenire sul tema e lo ha fatto prendendo spunto dalla realtà. “Billions” è una delle serie più interessanti in materia.

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CINEMA E CINEASTI INDIPENDENTI

ERNST LUBITSCH MAESTRO DI CINEMA
di Giorgio Sabbatini

Il nome di Ernst Lubitsch è legato al periodo storico della commedia hollywoodiana che si è sviluppato tra gli anni Trenta e Quaranta attraverso strutture filmiche particolarmente sofisticate, che il grande regista tedesco ha saputo realizzare, dando vita ad una serie di opere che si sono imposte a livello mondiale con un Cinema rinnovato e ricco di spunti critici ed ironici nei confronti di una società complessa.

ernst-lubitsch

Ernst Lubitsch

Quando i fratelli Lumière il 28 dicembre 1895 presentarono il loro “Cinématographe” al Grand Café di Parigi in Boulevard des Capucines 14, Lubitsch non aveva ancora compiuto 3 anni…! Certamente non pensava che tale invenzione avrebbe condizionato tutta la sua vita!

Ernst Lubitsch, infatti, nasce a Berlino il 28 gennaio del 1892 in una famiglia di origini ebraiche, appartenente alla piccola borghesia. Il padre esercita il mestiere di “sarto per donna” con un certo successo economico. Come tutti i padri, che hanno saputo creare il proprio mestiere con fatica, tenacia e sacrifici, vorrebbe coinvolgere il figlio nell’attività della sartoria ma Ernst, già da piccolo, è attratto dal fascino per la recitazione, sente il bisogno di interpretare personaggi che gli diano modo di incontrare il pubblico ed essere apprezzato per il lavoro in cui crede.

Max Reinhardt

Max Reinhardt

Naturalmente, il padre, non condivide i desideri del figlio e, inoltre, non crede nella vocazione artistica del ragazzo che, ormai sedicenne, è obbligato a seguire l’attività paterna che riesce a sopportare unicamente poiché alla sera dà sfogo alla sua passione recitando in teatro. Un compromesso inevitabile che, comunque, non durerà molto.
La vita del giovane Lubitsch subisce una radicale svolta nel 1911 quando incontra Max Reinhard che gli offre di entrare a far parte del suo famoso “Deutsches Theater” di Berlino.
A questo punto è bene ricordare la figura di Max Reinhard per comprendere meglio quale importanza abbia avuto nello sviluppo della creatività di Ernst Lubitsch.
Max Reinhardt è un regista austriaco che si è dedicato principalmente al teatro e, in forma minore, al Cinema. Nato a Baden (presso Vienna) l’8 settembre 1873, naturalizzato statunitense nel 1940 muore a New York il 30 ottobre 1943 all’età di 70 anni.
Cresciuto in una famiglia di commercianti ebrei, si appassiona al teatro e giovanissimo inizia a studiare recitazione. Sostiene alcune piccole parti al Burgtheater di Vienna dove O. Brahm, direttore del “Deutsches Theater”, nota la grande capacità interpretativa del giovane che convince a seguirlo nella capitale tedesca.

La piantina del Deutsches Theater (1912)

La piantina del Deutsches Theater (1912)

Ma la forte personalità di Reinhardt, dopo alcune prove in differenti ruoli di attore, orienta la vocazione artistica del giovane in direzione della regia teatrale dove può esprimere meglio i propri interessi culturali. Diventa dominatore e riformatore della scena teatrale europea grazie alla sua capacità di ispirarsi a fonti diverse nelle arti figurative. Il suo gusto innato per la sperimentazione gli permette di affrontare un repertorio vastissimo imponendo un nuovo significato, di concezione novecentesca, al ruolo di “regista” quale unico vero creatore dello spettacolo.
Il suo contributo al Cinema, anche se direttamente limitato a soli tre film (i primi due del 1913 muti e “Il sogno di una notte di mezza estate” del 1935), si estende a tutta la stagione del Cinema tedesco espressionista e fantastico degli anni Dieci e Venti, per l’influsso che il gusto visionario delle sue messinscene teatrali esercita attraverso innovative scelte tecniche. Infatti, durante la sua direzione del grande teatro berlinese, dal 1905 al 1932, ha potuto mettere in pratica la sua “teoria scenica” attraverso una brillante attività che ha dato luogo alla realizzazione di numerosi allestimenti memorabili, caratterizzati da una immaginazione fantastica coadiuvata da una continua ricerca espressiva basata anche sulla scenografia.
Il modo di Reinhardt di costruire il rapporto tra spazio, attore e pubblico contiene in sé elementi di carattere cinematografico, prediligendo rappresentazioni dal vero realizzate in ambienti naturali o monumentali che possano modificarsi con la scelta di piazze, castelli, antiche arene e circhi trasformati in luoghi destinati all’interpretazione immaginifica delle opere scelte, dove il movimento delle masse di figuranti creano uno stretto rapporto tra il pubblico, gli attori e l’impianto scenografico.

La facciata esterna del Deutsches Theater (2011)

La facciata esterna del Deutsches Theater (2011)

Max Reinhardt ha avuto un’enorme influenza indiretta sul Cinema poiché ha saputo trasmettere la capacità organizzativa della messinscena e del ritmo, della teatralità e dell’icasticità figurativa, e cioè la capacità di ritrarre nei personaggi espressioni, gestualità e azioni, agli attori e ai registi suoi allievi al “Deutsches Theater”. Lubitsch è stato un suo attento e prediletto allievo insieme a Friedrich Wilhelm Murnau, Paul Leni, Paul Wegener, Wilhelm Dieterle, Otto Preminger, Leontine Sagan, Werner Krauss, Vladimir Sokoloff, Luise Rainer, Marlene Dietrich e a molti altri, un’intera generazione mitteleuropea che dopo gli insegnamenti di Reinhardt ha saputo dare un contributo decisivo anche oltre oceano.
Voglio ancora ricordare che la fantasia barocca di Reinhardt ha trovato ampio spazio ad Hollywood, dopo essersi trasferito nel 1933, per fuggire alle persecuzioni naziste, dirigendo nel 1935, insieme al suo ex allievo Wilhelm Dieterle, “Sogno di una notte di mezza estate” dedicato alla celebre pièce shakespeariana, più volte allestita in teatro.

Due inquadrature tratte dal film “Sogno di un notte di messa estate” di E. Lubitsch e del suo ex allievo W. Dieterle (1935)

Due inquadrature tratte dal film “Sogno di un notte di messa estate”
di E. Lubitsch e del suo ex allievo W. Dieterle (1935)

Questo film è da considerarsi come unica testimonianza del modo di operare del grande regista austriaco, caratterizzato da un’intensa e potente musicalità nell’orchestrare i ritmi visivi e i movimenti degli attori oltre ad una complessa suggestione scenotecnica che trova un’apprezzabile scelta pittorica nella realizzazione delle immagini.
Ernst Lubitsch, affascinato dagli insegnamenti di Reinhardt, coglie il primo vero successo di pubblico interpretando il ruolo dell’ebreo Mayer, un personaggio particolarmente caratterizzato e reso ridicolo con l’uso di una sottile ironia, che enfatizza i difetti degli ebrei. La straordinaria popolarità raggiunta con l’interpretazione del personaggio Mayer, permette a Lubitsch di dedicarsi alla realizzazione di alcune opere come regista. Nascono importanti film muti come: “Gli occhi della mummia” (1918), “Madame Dubarry” (1919), entrambi con Pola Negri,  e “Anna Bolena” (1920) con Henny Porten.

Pola Negri

Pola Negri

Si deve, inoltre, considerare il particolare periodo storico dovuto alla prima guerra mondiale durante il quale la messa al bando dell’importazione di pellicole straniere favorisce la crescita della cinematografia tedesca che, grazie anche all’inflazione, vede nell’immediato dopoguerra la realizzazione di numerose grandi produzioni per fronteggiare la chiusura di molti importanti mercati stranieri a causa della continua crescita di sentimenti anti-tedeschi.

Emil Jannings e Pola Negri nel film “Madame Dubarry" di E. Lubitsch

Emil Jannings e Pola Negri nel film
“Madame Dubarry” di E. Lubitsch

Per cercare di incrementare la vendita all’estero delle opere prodotte in Germania, i produttori cercano di evitare soggetti basati su temi nazionali e favoriscono la produzione di film storici ed esotici. L’opera di Ernst Lubitsch “Madame Dubarry” appare favorita poiché è presentata come “produzione europea” per via dell’ambientazione francese e dell’interpretazione della star polacca, Pola Negri. Questo film, infatti, segna una svolta considerevole per aprire ai produttori tedeschi il mercato in America. L’opera di Lubitsch è presentata, con il titolo di “Passion”, al Criterion Theatre di New York nel dicembre del 1920 ottenendo, in poche settimane, incassi strepitosi che producono profitti superiori ai costi di produzione.

Un’immagine scenografica e di massa tratta dal film “Madame Dubarry"

Un’immagine scenografica e di massa tratta dal film “Madame Dubarry”

La carriera di Lubitsch subisce un’ulteriore evoluzione con la colossale produzione dell’ultimo film girato in Germania: “Theonis, la donna dei faraoni”. Un melodramma che racconta un drammatico triangolo amoroso interrazziale, dove la guerra, dichiarata dal re etiope Samlak per l’offesa ricevuta, elimina il perfido Faraone dando la possibilità al giovane egiziano Ramfis di ritrovare Theonis, la schiava da lui liberata e tanto amata, e condurre il suo popolo alla vittoria. Uno dei più riusciti kolossal firmati dal regista tedesco, costruito con intelligenza e con una grandiosa messa in scena, dove le gigantesche scenografie ed il ragguardevole movimento delle masse, in diverse scene, si avvalgono di un profondo valore simbolico.

Emil Jannings e Dagny Servaes in un frame tratto dalla copia restaurata in digitale del film “Theonis, la donna dei faraoni"

Emil Jannings e Dagny Servaes in un frame tratto dalla
copia restaurata in digitale del film “Theonis, la donna dei faraoni”

Alla periferia di Berlino l’Ernst Lubitsch-Film affitta un terreno di 120.000 metri quadri. In questo enorme spazio sono montati set a grandezza naturale allestendo un villaggio egizio, 50 case, palazzi e un alto muro di cinta. La produzione crea una rete di infrastrutture per potere ospitare un alto numero di comparse. Si costruiscono strade, forniture idriche, linee telefoniche, camerini per 8000 persone, ed anche un centro medico. Lubitsch riesce ad ottenere la scrittura dei tre più famosi attori dell’epoca: Emil Jannings, Paul Wegener e Harry Liedtke. Al posto di Pola Negri fa scritturare Dagny Servaes, un’attrice poco conosciuta, alla quale l’EFA (Europäische Film-Allianz) offre un contratto a lungo termine.

Dagny Servaes nel film “Theonis, la donna dei faraoni"

Dagny Servaes nel film “Theonis, la donna dei faraoni”

La produzione del film è sostenuta da un’intensa campagna pubblicitaria che non trova riscontro nel passato. Alcune innovazioni tecniche, come i nuovi sistemi d’illuminazione americani che permettono effetti di luce totalmente nuovi nel “buio” studio dell’EFA e, soprattutto, nelle riprese notturne in esterni e, inoltre, anche la possibilità di riprendere complesse scene di massa con più macchine da presa simultaneamente, sono utilizzate con grande soddisfazione del regista. Quando il film ultimato è presentato in America riceve notevoli consensi da parte della critica e anche un buon risultato commerciale anche se non riesce a superare quello ottenuto da “Madame Dubarry”.
In seguito ai successi ottenuti, Lubitsch riceve la proposta di un ricco contratto che gli è offerto dall’attrice-produttrice Mary Pickford. La scelta di lasciare l’Europa per l’America non appare semplice, ma in Lubitsch è grande il desiderio di modificare la propria vita prendendo una decisione forte, che possa segnare l’inizio di una nuova epoca da vivere con assoluta determinazione. Accetta il contratto e con la Mary Pickford Company realizza il suo primo film americano: “Rosita” (1923).
La lavorazione del film non è semplice poiché i duri scontri, sul piano artistico, tra il regista e l’attrice complicano la vita di tutti sul set. I loro “tesi rapporti” non si sono mai appianati a causa di differenti concezioni di come proporre l’opera filmica al pubblico. Nonostante le problematiche artistiche il film ottiene un grande successo di pubblico confermando la fama e il talento del regista tedesco.

Mary Pickford nelle vesti di “Rosita” il primo film americano con la regia di E. Lubitsch (1923)

Mary Pickford nelle vesti di “Rosita” il primo film americano con la regia di E. Lubitsch (1923)

Il successo ottenuto da questa prima prova americana è notato dalla Warner Bros. che offre a Lubitsch un vantaggioso contratto per realizzare cinque film. Dopo qualche iniziale indecisione, il regista decide di accettare e di rimanere negli Stati Uniti.

Monte Blue e Marie Prevost nel film "Matrimonio in quattro" di E. Lubitsch (1924)

Monte Blue e Marie Prevost nel film “Matrimonio in quattro” di E. Lubitsch (1924)

Realizza, quindi, una serie di film muti tra cui “Matrimonio in quattro” (1924), una commedia ironica e maliziosa in cui vengono messi in scena numerosi intrecci amorosi, “La zarina” (1924), una nuova commedia arguta ricca di malizia che riprende in maniera caricaturale la vita di corte nella Russia zarista e “Il principe studente” (1927), dove il regista tedesco con la consueta leggerezza e il gusto per le soluzioni brillanti si fa beffe delle istituzioni nobiliari e dei loro rigidi codici comportamentali.
In questo periodo, Lubitsch, affina il suo stile, ricco di particolari messi in evidenza da studiate inquadrature, realizzando alcuni film appartenenti al cosiddetto genere della commedia sofisticata, dove l’ironia dissacratoria, nei confronti dei costumi e della società in cui il regista opera, è proposta con grande eleganza e raffinatezza. La richiesta di Hollywood è che Lubitsch riesca a ripetere i successi europei cercando di renderli maggiormente europei tenendo presente il gusto del pubblico americano. Il regista comprende perfettamente ciò che deve fare e intensifica la critica sulla società americana fingendo, apparentemente, di parlare attraverso altre vicende che, però, lo costringono ad ambientare le sue opere in Europa.

Ernst Lubitsch

Ernst Lubitsch

In  più occasioni, nei suoi film c’è un evidente richiamo al teatro di Max Reinhardt sia per le scenografie adottate che per i movimenti scenici delle masse. Anche se la sceneggiatura, in certi casi, soffre di un’evidente prevedibilità, Lubitsch riesce sempre a compensare alcune mancanze con una regia attenta, ispirata e funzionale dando vita ad un prodotto sempre apprezzabile. I film del regista tedesco hanno grande successo e le case di produzione, superando le rigide regole delle gerarchie interne, oltre alla direzione artistica dei suoi lavori, gli offrono anche la gestione della parte produttiva, una decisione davvero impensabile e rivoluzionaria per l’Hollywood di quei tempi.
Il pubblico è affascinato dalla commedia che Lubitsch sa realizzare con indiscussa fantasia e raffinatezza e questo suo personale successo, nel 1928, gli apre le porte degli Studios della Paramount, diventando responsabile di uno staff di sceneggiatori, con una certa preferenza per quelli europei, e di noti commediografi disposti a lavorare con vecchi o giovani autori di Broadway e di Hollywood tra i quali, sicuramente, il più fedele è, Samson Raphaelson, mentre Billy Wilder e Charles Brackett, una coppia eccezionale e  vincente, rappresentano gli autori più vivaci e nuovi.

Charles Brackett e Billy Wilder

Charles Brackett e Billy Wilder

Lubitsch è tra i primi registi ad avere l’onore del “nome prima del titolo” sui manifesti e nei cast. Produttore dei propri film e maestro di giovani collaboratori, il regista consolida le sue scelte nel corso degli anni Trenta oscillando tra l’operetta e la commedia sofisticata. I personaggi, magistralmente creati, sfiorano più volte, senza oltrepassarlo, il limite della decenza, ma il loro artefice non tenta di frenare le allusioni sessuali, anzi a volte ne abusa mostrando una spigliata irriverenza pungente verso il mondo aristocratico.

Cecil B. DeMille

Cecil B. DeMille

Lubitsch, grande osservatore della realtà e dei rapporti umani, è un attento costruttore delle proprie regie nelle quali cerca sempre di raggiungere la perfezione con una continua ed incessante capacità di limare le sceneggiature e con una particolare sensibilità per il ruolo degli attori che da scena a scena sostengono il racconto filmico attraverso impensabili rovesciamenti di situazioni e rientri nell’ordine molto discreti. Tutto ciò senza dimenticare, talvolta, il profondo comportamento cinico di alcuni personaggi ampiamente caratterizzati.
Se Lubitsch, negli anni Venti, ha avuto un rivale di grandi capacità come Cecil B. DeMille, autore di commedie brillanti di stampo europeo, negli anni Trenta è stato proprio insuperabile, un vero Maestro di Cinema.
La crescita del regista tedesco crea strutture filmiche che ancora oggi rappresentano, da un punto di vista registico, un linguaggio moderno dove la successione delle inquadrature e l’alternanza delle scene danno luogo a continue ed innovative aspettative che riescono a catalizzare l’attenzione del pubblico.
Uno dei vertici della filmografia di Lubitsch è certamente “Design for living” (“Partita a quattro”), del 1933, con l’indimenticabile interpretazione di attori come Miriam Hopkins, Fredrich March e Gary Cooper.

Un’inquadratura del film “Partita a quattro” di E. Lubitsch con (da sin.) Miriam Hopkins, Gary Cooper e Fredric March

Un’inquadratura del film “Partita a quattro” di E. Lubitsch con (da sin.) Miriam Hopkins, Gary Cooper e Fredric March

Racconta, con una certa spavalderia e con la forza di una sceneggiatura molto calibrata, ciò che oggi identifichiamo come un “ménage à trois”. Il film uscito l’anno prima dell’entrata in vigore del Production Code, impropriamente conosciuto come Codice Hays (una serie di linee-guida sui problemi morali, legali e religiosi con notevoli restrizioni nel campo della produzione di immagini in movimento), contiene situazioni abbastanza scandalose e distanti dai canoni comportamentali dell’epoca e, in parte, anche di oggi.

Production Code: certificato per la regolare distribuzione dei film

Production Code: certificato per la regolare
distribuzione dei film

La leggerezza e spensieratezza della commedia non deve essere confusa con la superficialità, poiché Lubitsch costruisce un gioco la cui posta in palio è la felicità, in nome di una libertà personale da non sottovalutare. Un gioco abilmente condotto da una donna (Gilda) che non appare come femme fatale, disinvolta e maliziosa, ma capace di usare il proprio ragionamento con forte spirito di intraprendenza. “Partita a quattro” è un film che racconta un ambiguo gioco di amicizia che, in realtà, cela il rapporto erotico e sessuale tra la donna e i due uomini, che le immagini, accuratamente scelte, rendono evidente attraverso lo scambio di sguardi dei protagonisti e una narrazione molto naturale basata su scelte stilistiche che tendono ad evidenziare la gestualità e la recitazione degli interpreti.
Lubitsch riesce a coniugare immagini ed azioni con quel suo sorprendente “tocco” che trasmette al pubblico chiare situazioni senza che le stesse siano ampiamente descritte e visualizzate con le immagini. Un modo moderno che coinvolge attivamente lo spettatore utilizzando un ragionamento deduttivo e di grande sintesi.
In “Ninotchka”, capolavoro indiscusso del grande regista tedesco, frutto di una fantastica sceneggiatura scritta da Charles Brackett, Walter Reisch e Billy Wilder, si affronta la problematica della dittatura staliniana creando situazioni di forte impatto che obbligano, sempre, ad un’attenta riflessione.
Lubitsch, in questo film, si assume un grande rischio affidando un ruolo brillante a Greta Garbo, interprete di donne fatali, altere, misteriosi e seduttrici e quindi lontane da ruoli leggeri dove il sorriso desta sentimenti di tenerezza e amore. Ma il regista sa bene che può contare sulla serietà professionale di un’attrice che s’impegna a fondo, prima di girare una scena, nell’analisi del significato che quella scena stessa deve trasmettere. In un profondo lavoro di tessitura dei rapporti interpersonali, Lubitsch riesce a superare dubbi e problemi proponendo una “risata storica” e liberatoria dell’attrice svedese, che apparirà anche nei manifesti pubblicitari per il lancio del film.

Locandina americana del film “Ninotchka”

Locandina americana del film “Ninotchka”

La storia, abilmente architettata e condotta da una regia impeccabile, mette in evidenza le debolezze dei tre commissari del governo sovietico arrivati a Parigi per vendere i gioielli confiscati alla granduchessa Swana, amante del conte Léon. In breve tempo il conte riesce a distrarre Iranoff, Buljanoff e Kopalski convertendoli ai piaceri della vita parigina. L’arrivo dell’inflessibile ispettrice Nina Ivanova Yakushova è destinato a naufragare di fronte alle storture del capitalismo e, soprattutto, alla forza dell’amore per il conte. Lubitsch non si limita a realizzare un facile racconto anticomunista. Ciò che più gli interessa è ridicolizzare tutto quanto impedisca all’umanità di essere felice e serena per vivere una vita che è, comunque, molto breve. Anche in questa opera il “tocco” del regista dà vita ad una breve sequenza incentrata su porte che si aprono e si chiudono, con cameriere che entrano e che escono, commentate da un sonoro che mette in evidenza l’atmosfera di festa che si sta svolgendo e che può soltanto essere immaginata ed intuita dallo spettatore. Una grande lezione di comunicazione visiva che, a distanza di tanti anni, il Cinema di Lubitsch continua a trasmetterci.

Greta Garbo e Melvyn Douglas in un’inquadratura tratta dal film “Ninotchka”

Greta Garbo e Melvyn Douglas in un’inquadratura tratta dal film “Ninotchka”

La capacità di Lubitsch d’interpretare la realtà politica e addirittura di anticipare alcuni orrendi risvolti della seconda guerra mondiale gli permette, grazie ad una complessa ed elaborata sceneggiatura di Edwin Justus Mayer, tratta da un soggetto di Melchior Lengyel (autore della storia di “Ninotchka”), di creare la struttura di una commedia sofisticata e brillante che si trasforma in una satira implacabile e senza pietà contro la ferocia nazista imperante in Europa. Così nasce uno dei massimi capolavori del grande regista tedesco: “To be or not to be”, malamente tradotto in italiano con il titolo “Vogliamo vivere!”.
Lubitsch gira il film tra il 6 novembre e il 23 dicembre del 1941 mentre l’Europa vive la violenza della tragedia nazista. Joseph Tura e sua moglie Maria fanno parte di una compagnia teatrale polacca che tenta di allestire una satira antinazista che la censura blocca proprio nel momento in cui la Polonia è invasa ed occupata da Hitler. Una commedia, ambientata a Varsavia, che si sviluppa tra l’inganno e il travestimento.

Carol Lombard e Jack Benny interpreti del film “To be or not to be” di E. Lubitsch

Carol Lombard e Jack Benny interpreti del film “To be or not to be” di E. Lubitsch

La trama, sostenuta dal cosiddetto “montaggio invisibile”, si avvale di una splendida regia, attenta e precisa anche nella scelta degli attori che formano una compagnia teatrale molto affiatata. Grazie alla loro capacità interpretativa, Joseph e Maria, che formano una coppia, riescono ad affrontare il “nemico nazista” con grande coraggio, attraverso una serie di travestimenti e scambi di persona sorretti da quel “tocco alla Lubitsch” che si rivela determinante nel dare un indiscutibile stile al racconto filmico. La parte di Maria è interpretata dalla splendida e seducente Carol Lombard nella sua ultima apparizione sul grande schermo poiché, prima che il film termini, muore in un tragico incidente aereo. Lubitsch realizza il film prima della vera scoperta dei campi di concentramento e la crudeltà nazista appare nella messa in scena senza una precisa conoscenza di ciò che effettivamente stava accadendo in Europa. Il film, quindi, anticipa la “storia” e alla brutalità nazista il regista contrappone una profonda satira creando alcuni momenti ripetitivi che ridicolizzano i personaggi nazisti. Quando il film esce si rivela un totale fiasco e Lubitsch subisce dure critiche per avere speculato sulla tragedia del popolo polacco e per avere realizzato una commedia veramente inopportuna. Lubitsch reagisce all’ipocrita mentalità dell’epoca e del luogo sostenendo le proprie convinzioni e confermando la volontà di demistificare la rappresentazione dell’avversario nazista attraverso una nuova rappresentazione più potente ed efficace nella “forma” del discorso. Una critica indubbiamente forte fatta al “contenuto” del nazismo. Il gioco di Lubitsch è sottile quanto quello all’interno del film, dove la finzione è gioco solo fino ad un certo punto poiché è anche riflessione e un chiaro invito all’intervento.
Rivisitare, oggi, Lubitsch scegliendo un suo film e cercare di analizzarlo scena dopo scena e, poi, scrivere brevemente la struttura del racconto con l’alternarsi delle scene identificando i punti dove il regista pone il suo “tocco”, che porterà lo spettatore a comprendere tutto ciò che non vede, è una valida lezione di Cinema alla quale ognuno di noi può partecipare. L’estetica dell’inquadratura, la scelta delle angolazioni e i movimenti di macchina fanno parte del suo linguaggio filmico che ci porta a considerare una frase nota con la quale afferma che “… esistono tanti modi di piazzare la macchina da presa e in realtà ce n’è solo uno”.

Ernst Lubitsch riceve l’Oscar alla carriera

Ernst Lubitsch riceve l’Oscar alla carriera

La grandezza di Lubitsch si esprime anche nella giusta scelta degli attori per ruoli che sembrano creati su misura per ognuno di loro, con l’intento di esprimere al massimo le caratteristiche del personaggio da interpretare, non soltanto con dialoghi calibrati ma anche con una gestualità propria che conferisce, nella creazione dell’azione, una credibilità comportamentale reale.
Purtroppo, sofferente di cuore, Lubitsch al sesto attacco cardiaco muore il 30 novembre del 1947 a soli 55 anni. Nonostante sia stato uno dei più grandi registi di Hollywood, poco prima della sua morte, riceve un Oscar alla carriera. Voglio pensare che il premio più grande l’abbia ricevuto dalle parole sincere di Orson Welles, pronunciate dopo avere visto il film “To be or not to be”: “Lubitsch è un gigante. Più il tempo passa, meglio penso di lui.”, un’affermazione che consacra il regista tedesco  come vero Maestro di Cinema.

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MIMMO CALOPRESTI: IL VERO CINEMA RESISTENTE
di Roberto Lasagna

Il cinema come interpretazione del reale e come sospensione di ogni giudizio immediato e semplificante; l’evocazione di un disagio e la cronistoria partecipata delle inquietudini che attraversano la scena; il racconto come invito alla riflessione, al cambiamento, al ribaltamento di prospettive nella disamina di contesti, situazioni, luoghi di un’Italia scenario di inquietudini e disfatte, utopie e speranze disattese, incontri tra caratteri e tipi che vivono destini paralleli e percorsi non facilmente assimilabili. Il percorso personale e ontologicamente on the road di Mimmo Calopresti – cineasta capace di salvaguardare la schiettezza e la radicalità del cinema neorealista e d’impegno civile liberando la sua narrazione da dogmi e da codici inattuali – è pochissimo incasellabile, eppure gravita e si avviluppa, con imprevedibile disincanto e amore per il cinema, attorno a nodi e situazioni esemplari di una ben riconoscibile cartografia del sociale. Le fabbriche, gli scioperi, il terrorismo, il disagio femminile, l’integrazione tra Nord e Sud, la Shoah, le onte di una dimensione lavorativa sempre più precaria, le trasformazioni sociali che si riflettono e si impongono nella vita di individui osservati con umana e disillusa partecipazione. Cinema da vedere e rivedere con curiosità e ricerca del dettaglio introspettivo, nel segno di titoli enigmatici e dal sapore umanista; titoli come pensieri sospesi, allusivi e sottili. “La seconda volta”, “La parola amore esiste”, “Preferisco il rumore del mare”, “La felicità non costa niente”, “Uno per tutti…”.

Nanni Moretti e Valeria Bruni tedeschi in “La seconda volta”

Nanni Moretti e Valeria Bruni Tedeschi in “La seconda volta”

Titoli che definiscono un momento, una sonorità; momenti-segno che rievocano un aspetto programmatico della perduta poeticità necessaria ad uno sguardo libero e consapevole, che destano il lettore-spettatore chiedendogli di vedere un film cercando un senso o una traccia di esso. Senso che, nel reale rifratto attraverso psicologie condizionate e condizionanti, sembra imprendibile, inafferrabile. Eppure occorre cercarlo, dare a esso un nome, una possibilità. Quella possibilità che è premessa dell’impeto osservativo e partecipativo del cineasta, sovente presente, in prima persona, nelle sue opere, in qualità di attore, di “sacerdote” devoto al servizio sociale come letteralmente accade in “Preferisco il rumore del mare”; terzo lungometraggio dell’autore che ne riassume benissimo il mondo espressivo e ne ribadisce lo sguardo “a misura d’uomo”, la limpida frontalità lontanissima da gusti patinati o mode effettistiche; film da riscoprire dove Calopresti si maschera da prete ma in realtà si traveste per smascherarsi come autore, nell’intento di osservare in fondo assai laicamente e generosamente il disagio in una Torino dove gli operai sono stati da tempo sostituiti dalle macchine e dove l’integrazione è uno scenario programmato e raffigurato solo attraverso schemi e formule. Le stesse formule prevedibili e previste a cui il film di Calopresti rifugge, dolorosamente sospeso sull’amicizia tra due quindicenni diversamente sballati e bisognosi l’uno dell’altro, il figlio del borghese interpretato da Silvio Orlando qui al suo meglio, e il taciturno e scontroso calabrese dilaniato per l’omicidio della madre il cui carattere chiuso e ferito sarà fonte di equivoci e maldestri tentativi di “reinserimento” da parte di una società torinese apparentemente bendisposta ma ancora vittima dei propri schemi. Cinema imprevedibile, scritto con grande attenzione ai piccoli dettagli, ai condizionamenti che ci costruiamo giorno per giorno. Ciò che sovente difetta ai personaggi dei film di Calopresti è la condivisione del proprio disagio o dramma interiore, una condizione che si traduce in solitudine, senso d’isolamento, ribadito dal falsopiano esistenziale della protagonista di “La parola amore esiste” e dallo psicologo scontroso e diretto (ancora Calopresti in prima persona) dello stesso film, che con il suo comportamento spingerà imprevedibilmente la protagonista ad un movimento inatteso.

preferisco-il-rumore-del-mare

Mancanza di condivisione di punti di vista, di aperture interpretative o dettagli che significano moltissimo per chi li coglie. Condivisione che significa urgenza e bisogno di partecipazione. Come ne “La grande abbuffata”, dove i riti dei pranzi debordanti di questa gente del Sud pronta a viaggiare verso il Nord (il film mostrerà tutto il distacco tra due mondi in verità complementari e non così lontani), pur con tutti i possibili limiti e i condizionamenti, significano anche ripartire assieme, confidarsi, stare a fianco. E a fianco di Rosario, il quindicenne calabrese in cui evidentemente si riflette a tratti lo stesso autore, resiste il sacerdote interpretato dal cineasta, che alla fine della vicenda di amicizia-fraintendimenti-disillusioni e presunte incompatibilità accompagnerà Rosario in treno sino al suo paese della Calabria solo per stargli a fianco, per comunicargli con la sua presenza che la parola partecipazione esiste.

La stessa partecipazione che si offre come un segno denso e significativo del percorso di Calopresti, che con il suo cinema itinerante partecipa alle sorte di poveri diavoli, lavoratori non garantiti, figli di genitori ossessionati da culti che hanno condizionato il Nord come il Sud.

Quelle di Calopresti sono sovente scelte coraggiose. E il suo percorso lo dimostra. Dopo il successo dei primi lungometraggi (un successo che ha visto il regista diventare un nome di primo piano del cinema europeo), egli ha, per così dire, rischiato tutto con film liberi e smarcanti, come “La felicità non costa niente” e “La grande abbuffata”, rischiando il flop vero e proprio con “Uno per tutti”, nel tentativo di battere altre strade e portare un attore comico come Giorgio Panariello fuori dalle consuete maschere. Scommesse vinte solo in parte a livello espressivo, che non hanno però frenato il regista dal desiderio di esserci e di testimoniare. In questa luce, è ancor più significativa la laboriosa ed inesausta presenza del cineasta sui luoghi del reale attraverso film-documentari che hanno lasciato il segno per l’urgenza e il carico di drammaticità della rappresentazione. Si pensi, principalmente, a “La fabbrica dei tedeschi”, dove Calopresti, estraneo al cine-giornalismo provocatorio, ricerca i volti e le voci, le confidenze dei parenti delle sette vittime dell’esplosione che nel dicembre del 2007 dilaniò Torino e l’Italia del lavoro.

Dal documentario “La fabbrica dei tedeschi”

Dal documentario “La fabbrica dei tedeschi”

Con grande senso civile, garbo e fermezza, adesione partecipe e silenzio comprensivo, il regista, antitetico allo stile urlato di Michael Moore, lascia parlare e dice nel suo film quello che rimane sovente implicito: in Italia si continua a dimenticare. Le vittime dell’acciaieria Thyssenkrupp di corso Regina Margherita a Torino, così come i loro parenti, sono persone che hanno vissuto sulla loro pelle gli esiti più intollerabili di una disattenzione programmatica al singolo; una condizione inesprimibile nel Belpaese delle promesse e dei miti post boom-economico e post-contestazione. Calopresti non dimentica le sue origini, la sua attenzione per la Torino delle fabbriche e delle battaglie, mentre la condizione del lavoro è una delle scommesse che il cinema italiano ha affrontato in passato ma che oggi sembra raccolta soltanto da pochi autori. Condizione del disagio che si affianca a quella del malaffare, di cui troviamo un’eco dolente in “Preferisco il rumore del mare”, nelle pressioni che il dirigente Silvio Orlando subisce e deve affrontare controvoglia, lui bonario uomo del Sud attaccato alle radici e alla madre che va a trovare durante le vacanze nascondendole perfino di avere una fidanzata e un’ex-moglie svaporata alto-borghese, anch’egli vittima di quel culto del lavoro e dell’efficienza che reca anche ossessioni-manie-fraintendimenti e sogni orgogliosi di rivalsa. Il disagio è nell’incomprensione e nella falsa coscienza (il dirigente vorrebbe aiutare Rosario ma non ci riesce perché inciampa nell’incapacità di accettare una versione giovane e ben più integerrima di se stesso) a cui è preferibile, evidentemente, il rumore del mare – dimenticare il Nord, cioè le sue contraddizioni e i suoi compromessi – quella risacca della natura dinanzi alla quale è ripagante leggere un libro e cercare di comprendere qualcosa della vita e del presente (cui allude il limpido e sospeso finale del film). Condizione di ricerca, smascheramento, come ne “La fabbrica fantasma” – verità sulla mia bambola – dove Calopresti non realizza, come in “La fabbrica dei tedeschi”, una “docu-fiction” (là attori professionisti tra cui Valeria Golino e Monica Guerritore erano chiamati a interpretare le vittime della Thyssenkrupp in un prologo che ribadiva tutta la finzionalità autenticamente scoperta della rappresentazione) ma un “film-pedinamento”, con cui il regista accompagna lo spettatore e la sua figlioletta nel mondo delle merci, l’universo della contraffazione che condiziona e deturpa il nostro presente; da Napoli raggiunge l’est-Europa e i crocevia della falsificazione e del contrabbando, per ricordarci dati e misure di un’economia nascosta eppure clamorosamente in primo piano, negli angoli-periferie-anfratti di ogni metropoli o cittadina in cui la merce sui banconi di un supermarket abusivo, di una bancarella o per strada, significa lavoro sottopagato, traffico illecito, sopruso dell’uomo sull’uomo. Con un cinema che cerca set reali e troupes leggere, Calopresti si muove e ci racconta, con il suo tono di voce mai ridondante, che le bambole delle nostre bambine potrebbero non racchiudere il sogno di un’economia giusta e paritaria. Estraneo a dogmi, a schemi preconcetti, eppure vicinissimo a un senso del cinema come racconto trasformativo che viene evidentemente da lontano (dalla lunga militanza ma soprattutto dalla frequentazione dei cineforum torinesi e dall’enorme passione per il cinema e per quello italiano in particolar modo), Calopresti ribadisce che il suo cinema è il luogo della ricerca di comunicazione, di quella dimensione che sovente latita tra i personaggi e tra le persone. Limiti che un film come “La parola amore esiste” rendeva manifesti in un’immersione nel realismo sospeso che individuava nella figura dello psicoanalista da lui stesso interpretato una figura-limite dello scacco nel rapporto tra l’individuo e i suoi simili.

Gerard Depardieu in “La parola amore esiste”

Gerard Depardieu in “La parola amore esiste”

Limiti esistenziali, umani, sociali e culturali, nel confronto tra gli individui e il loro tempo. Limiti che si riflettono anche nella condizione del cinema e in quella del cineasta in primo luogo, come sottolinea l’ultimo lungometraggio “Uno per tutti”. Ancora una volta Calopresti, invece di pretendersi come l’autore calibrato e prevedibile, capace di sfornare un film ogni due anni e di lasciarsi incensare come altri suoi contemporanei, sceglie la via più scomoda, ma a lui più congeniale, del film sospeso e intimo, dell’opera rischiosa che si offra nondimeno come imprevedibile riflessione sul presente. Appare in tutta la sua evidenza il fascino che il romanzo di Gaetano Savatteri può aver svolto questa volta: forte di un racconto che rievoca segreti e torpori di un Sud complice di misfatti che a malapena si riesce a dimenticare, ombre e asperità non lontanissime da quelle di “Anime nere” di Francesco Munzi si rifrangono sulle immagini rarefatte e simboliche portate in scena da Calopresti che in “Uno per tutti” trasporta questa dolorosa pagina dell’autobiografico “mondo perduto” in una Trieste gelida e deformante, mai vista così differente al cinema. Qui il regista torna a riflettere, ancora una volta, sulla realtà e le relazioni, sulle ombre nelle amicizie e le ferite dei comportamenti, portando in scena la condizione del cineasta, ammettendone, per così dire, i limiti e le difficoltà contingenti, la condizione di chi si trova costretto a resistere contro i limiti produttivi: ne offre una testimonianza il disarmante cameo che lo vede, in carne e ossa, vestire i panni dell’avvocato che mena pugni al sacco da boxe.

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SAGGI

titoloROSSELLINI-TRUFFAUT
di Marino Demata

Tra il 1953 e il 1954 Roberto Rossellini visse una stagione di grande solitudine artistica e amarezza. Il suo ultimo film “Viaggio in Italia” era stato non solo stroncato dalla critica italiana, ma addirittura massacrato. L’amarezza si accentuò quando gli arrivarono le notizie dalla Francia, ove la distribuzione aveva trasformato il titolo originale nel banalissimo “Les divorsèes de Naples” e aveva addirittura messo mano ad un rifacimento del montaggio. 
Per Rossellini tuttavia dovette essere un vero sollievo l’arrivo di una lettera dalla Francia, da parte di un giovane giornalista dei Cahiers du cinema e di Arts dal nome pressoché sconosciuto, François Truffaut.
Il contenuto di quella lettera era veramente rassicurante: c’era chi apprezzava sinceramente e profondamente il film, a tal punto da esprimere tutta l’indignazione per il comportamento della Distribuzione francese. E per giunta, diceva la lettera, l’indignazione si era tradotta in una campagna di stampa a favore dell’integrità di Viaggio in Italia e perfino in una azione legale, che Truffaut aveva intentato non solo a titolo personale, ma anche a nome dell’intero gruppo di critici e giornalisti che ruotavano attorno ai Cahiers. Alla fine la battaglia anche legale condotta da Truffaut fu vinta su tutta la linea: “Viaggio in Italia” uscì nelle sale francesi integro nel titolo originale e nel montaggio come il regista lo aveva voluto.
Questo episodio è stato, con dovizia di particolari, ricordato dal figlio di Rossellini, Renzo , nel recente docu-film “Cinema anno zero”, diretto da uno dei giovani talenti del cinema indipendente nostrano, Michele Dioma’. Sollecitato da Dioma’, Renzo Rossellini afferma che proprio il film “Viaggio in Italia”, che stava per uscire in Francia, e’ stato l’occasione per la nascita di una grande amicizia: quella tra suo padre e François Truffaut. Infatti Renzo Rossellini, sempre nel bel documentario di Dioma’, ricorda che fu proprio “Viaggio in Italia” a far scattare la molla dell’ammirazione incondizionata verso il regista italiano da parte dell’intero gruppo di intellettuali che ruotavano attorno alla rivista “Les cahiers du cinema” di André Bazin e altri. Intellettuali e presto acclamati registi di quella che presto diventera’ la “Nouvelle vague”, che mai negherà il grande debito di riconoscenza verso “Viaggio in Italia” e più in generale verso il pensiero e l’opera di Roberto Rossellini. 
Le vicende francesi legate a “Viaggio in Italia” convinsero Rossellini che era proprio la Francia il Paese ove il suo lavoro veniva veramente apprezzato. A volte mi chiedo con quale infinito piacere Rossellini, dopo tante amarezze causate dalla critica italiana, dovette accogliere queste entusiastiche affermazioni di Jacques Rivette: “Mi sembra impossibile vedere ‘Viaggio in Italia’ senza sentire, con l’evidenza di una sferzata, che questo film apre una breccia, e che il cinema intero deve attraversarla per non morire.” E quando affronta più minuziosamente l’analisi del film, Rivette si sofferma sull’uso della luce, non esitando a paragonare il bianco assoluto di alcune scene con il colore di Matisse. E ancora in un’altra occasione lo stesso Rivette affermerà che, dopo “Vaggio in Italia”, tutti i film esistenti sono invecchiati di dieci anni. 
Rossellini non esitò a trasferirsi per un periodo a Parigi e a pagare il suo debito di riconoscenza verso Truffaut: gli propose di lavorare al suo fianco come collaboratore. Truffaut accettò con entusiasmo e ricorda: “Accettai e, pur continuando il mio lavoro di giornalista, sono stato il suo assistente per tre anni, durante i quali non ha impressionato un solo metro di pellicola. Tuttavia il lavoro non mancava e molto ho imparato standogli vicino.”(*)
Due sono le notazioni da rimarcare in questa breve frase: 
1) Che per tre anni, nota Truffaut, Rossellini non ha girato nulla. Non c’è una critica postuma al regista italiano in queste parole, ma una presa d’atto di un risultato che è del tutto coerente con la sua tumultuosa (ma niente affatto nevrotica)personalità. Dice Truffaut a questo proposito: “uno non fa cinema perché ha delle cose da dire, ma perché ha qualcosa da mostrare al pubblico. In questo gioco – perché si tratta di un gioco – c’è una grande parte d’infanzia. Ora Rossellini è un uomo che non ha nulla di infantile: molto adulto, molto intelligente, odia la finzione (non legge mai un romanzo, legge anche cinque o sei ore a notte, ma solo libri scientifici e informativi). Quindi il cinema non poteva più andargli bene.” (**) Insomma Truffaut individua bene il tracciato della carriera di Rossellini: dal cinema di finzione ma saldamente ancorato alla realtà, al cinema didattico: “È ovvio che sarebbe approdato al cinema didattico, è in fondo quello che voleva fare da sempre.” 
2) “Molto ho imparato standogli vicino”. Si potrebbe fare un elenco delle cose imparate da Truffaut. Forse più lungo dell’elenco che lo stesso regista francese fa. Ma comunque il debito di riconoscenza per quanto egli ha appreso nei tre anni di continua frequentazione è forte e riguarda vari aspetti del fare cinema: “Ci ha mostrato ad esempio che non si inizia un film con una scena inserita prima dei titoli di testa, o con dei generici arzigogolati, tutto tempo perso. Se Les quatre cents coups (I 400 colpi) ha un “côté direct” ed è privo di certi difetti tipici delle opere prime lo devo a lui, mi aveva insegnato la necessità di concentrare tutto su un personaggio e seguirlo minuziosamente…” Secondo Truffaut, l’influenza di Rossellini si riflette sull’intero movimento della Nouvelle Vague, che in una prima fase era fortemente influenzata dal cinema americano: “e Rossellini che era anticinefilo e antiamericano ci ha liberati, disintossicati, «ripuliti» da certe manie.” E aggiunge in altro momento: “Il suo rigore, la sua serietà la sua logica mi hanno un po’ liberato dal cieco entusiasmo per il cinema americano.” (*) E, sempe a proposito di quanto Truffaut ha imparato standogli vicino, afferma: “A parte Vigo, Rossellini è il solo cineasta che ha filmato l’adolescenza evitando il sentimentalismo, e “Les quatre cents coups” devono molto al suo “Germania anno zero”(*).
In generale si può affermare che nessun uomo di cinema ha avuto un rapporto così stretto e continuo con Rossellini come Truffaut, per ben tre anni di seguito, ogni giorno. Questo per non contare la continuità successiva del rapporto anche se affidato a incontri più occasionali e a scambi di corrispondenza.
Alla fine Truffaut si fa un’idea precisa dell’uomo e del regista. E l’ammirazione per il regista italiano è tale che lo porta ad affermazioni di assoluta ammirazione. Egli infatti dichiarerà che “Insieme ad André Bazin, Rossellini è la persona più intelligente che io abbia mai conosciuto.”(**)

2All’epoca della collaborazione con Truffaut, Rossellini, deluso delle critiche che aveva subito il suo “Viaggio in Italia”, desiderava non ritornare per un lungo periodo nel suo Paese. Era invece talmente entusiasta della Francia, che riteneva l’ambiente più adatto per proseguire il suo lavoro, amava ripetere: “voglio naturalizzarmi francese”.
D’altra parte alla delusione e all’ostilità che ormai nutriva verso l’Italia, ove si sentiva decisamente incompreso e non apprezzato, faceva da parallelo anche un forte sentimento anti-americano. Truffaut ricorda a tale proposito che “gli americani erano stati molto poco corretti con lui a partire dal momento in cui Ingrid Bergman aveva “lasciato” Hitchcock, e Hollywood. C’era una forte ostilità da parte di Hollywood contro il regista che aveva rubato loro l’attrice svedese.” Ma non era solo il mondo di Hollywood a schierarsi contro Rossellini. Perfino la Chiesa cattolica americana ce l’aveva con lui: si pensi che il cardinale Spellman disse che Rossellini è un uomo a cui nessun americano vorrebbe stringere la mano! Su Hollywood Rossellini – come ricorda Truffaut – esprime sempre giudizi negativi e taglienti, come quando si riferisce ai costi dei film laggiù: “Costano troppo cari per essere redditizi e non a caso costano troppo cari; per scoraggiare la produzione indipendente.”(**) Dunque, dice Rossellini – e questo piacque molto alla futura Nouvelle Vague – è veramente folle mettersi ad imitare i film americani. E se i film costano troppo cari, allora smettiamo di fare film, “facciamo schemi di film, abbozzi”.
Con queste affermazioni Rossellini divenne un idolo per la Nouelle Vague. Truffaut ricorda l’affermazione di Jacques Flaud, che non esita a definirlo “il padre della Nouvelle Vague francese.”
C’è un bellissimo ricordo di Truffaut che afferma che tutte le volte che Rossellini arrivava a Parigi “ci incontrava e si faceva proiettare i nostri film da dilettanti, leggeva le nostre prime sceneggiature. In tal modo, con una certa fierezza, Truffaut ricorda che il regista italiano fu il primo a leggere la sceneggiatura de “I quattrocento colpi”, oltre che quella di “Le beau Serge” di Chabrol.
Tra i bei ricordi ci sono anche quelli delle lunghe scorribande in auto. Truffaut ricorda di un improvviso viaggio da Lyon fino in Portogallo: il regista italiano era stato invitato a Lisbona per discutere di un film su “La Regina morta”. Guidava giorno e notte e Truffaut aveva l’ingrato compito di tenerlo sveglio raccontando storie. Ma il Portogallo non gli va a genio. I due amici ritornano attraverso il sud della Spagna. Devono anche far fronte ai guasti allo sterzo dell’auto e Rossellini resta ammirato a tal punto della perizia dei meccanici del luogo, che si ripromette di tornarvi per girare un film.
Si tratta dunque di un altro esempio del carattere vulcanico di Rossellini secondo Truffaut. Le storie reali lo interessavano e lo incuriosivano. E’ dalle storie reali e comuni che Rossellini voleva trarre dei film: la ricchezza di idee e progetti poi accantonati per passare ad altri dipende proprio dalla grande ricchezza che la realtà è in grado di offrire. Non c’è bisogno di inventare niente. Truffaut dice che “detestava la finzione, gli intrighi, i romanzi.” La fiction è inutile. La vita reale offre una grandissima varietà di soggetti e di situazioni. D’altra parte cosa altro è “Viaggio in Italia” se non un comunissimo spaccato di vita reale, e cioè il crescere della consapevolezza che un matrimonio è inesorabilmente finito? Eppure, proprio come dimostra questo film, da una comunissima e frequente situazione reale si può anche creare un grande capolavoro.

(*)François Truffaut “I film della mia vita – 2” – Marsilio ed.
(**)François Truffaut: “Professione cinema : interviste inedite “ a cura di Aldo Tassone – Il Castoro.

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CAPOLINEA PARADISO: DUMINICĂ LA ORA 6
di Francesco Saverio Marzaduri

1Fingiamo di non sapere nulla. Di più: di non saperne nulla. Di non avere informazioni su ciò che la Romania sotto Ceaușescu era, giocoforza, costretta a vivere all’uscita di questo film. Di non sapere che dietro la parvenza di una tormentata vicenda d’amore, non priva di soffiate e tradimenti, si celano precisi echi storici e riferimenti intertestuali. Se si tralascia questo, e più semplicemente ci si abbandona alla trama, “Duminică la ora 6” non appare un film diverso da qualsiasi storia incentrata su una relazione infelice e senza speranza. Al contrario, l’esordio registico di Lucian Pintilie suona come un feuilleton di matrice arrabbiata e ribelle, come da recitazione teatrale degli interpreti. La mise en scène contempla una figuratività che personaggi principali e comprimari accentuano con pochi scarni movimenti, perlopiù d’impulso, costantemente seguiti da un occhio che, sebbene si conceda le necessarie riprese in esterno, preferisce tuttavia gli ambienti chiusi e opprimenti. Pure, di rado accade che i due protagonisti siano lasciati da soli, e quando ciò avviene, i dialoghi si fanno incerti e privi di continuità; ugualmente però la tensione è palpabile, allo stesso modo di quando gli amanti sono in gruppo, in mezzo a tanti o a pochi, alla mensa o in un café.

A marcare una tale palpabile tensione è il pattern diegetico di un sonoro disturbato (opera di Andrei App), teso a spezzare il poco margine d’intimità concesso dall’autore demiurgo: un frastuono fatto di rumori rimbombanti mette a dura prova l’orecchio dello spettatore, di per sé consapevole di assistere a una vicenda tormentata. Un esempio è offerto dall’immagine in apertura: lo sguardo mesto e quasi assente del protagonista Radu è rivolto all’esterno di un finestrino sgranato, prima che un’indistinta figura gli passi davanti, mentre le note di un pianoforte non meno invadente coprono l’insopportabile fracasso (e se ne deduce che la finestra è quella di uno scompartimento). Il rumore ricomincia subito dopo gli opening credits, ma già con pochi elementi Pintilie delinea un quadro in apparenza semplice con una scelta di tipo verticale, come il titolo del film che si staglia sul fotogramma. E come l’ascensore che in più occasioni, a mo’ di fil rouge, scinde la narrazione in paragrafi, conducendola verso la spiegazione di quel misterioso dolly verso il basso, mentre l’obiettivo inquadra ripetutamente la moltitudine di gente sui terrazzi di un bloc. E accentua l’imminenza di un risvolto tragico servendosi di un bianco e nero povero e nitidissimo (a firma di Sergiu Huzum).

Sul piano della forma è da segnalare la stretta dicotomia tra l’ante e il post, sottolineata dal continuo utilizzo di flash e stacchi, che raccorda un corpo esanime alla ruota di un ascensore, o da lenti movimenti di macchina, atti a inquadrare i corridoi squallidi e semibui di un seminterrato stringendo sui dettagli ingigantiti dei numerosi oggetti che vi si trovano. Pintilie li esibisce quali indizi disseminati di un giallo, dove la loro funzione, insieme ai salti temporali, è quella di uno stato d’animo irto di rimorsi che si manifesta in una narrazione volutamente disordinata. Il fotogramma dell’elevatore fa sempre capolino negli episodi in cui Anca e Radu sono insieme, il che permette di comprenderne la funzione d’interrompere un costante ricordo, che riporta il giovane al presente; quest’ultimo, invece, è il blocco in cui l’uomo è in compagnia della “traditrice” Maria, intenta a informarlo sul compito da svolgere. Ai due capitoli, quelli di Radu con Anca e con Maria, se ne aggiunge un terzo che riguarda la sola Anca (in cui si ha l’incontro con la famiglia, che lei non vede da tempo), per la quale il regista concede primissimi piani o brevi carrelli, commentati dall’ammiccante musichetta di Radu Căplescu. L’irruzione dell’agente, altro elemento verticale, porta alla definitiva divisione fra i protagonisti, alla conclusione e alla spiegazione dei misteriosi flash.

Il controverso “Reconstituirea” è alle porte. Ma prima che il cineasta di Tarutina conosca l’ostracismo, personale e artistico, già l’opera d’esordio – come lo stesso regista conferma – è un sopralluogo volto a far luce su una relazione contrastata che dà modo a Pintilie di cimentarsi in uno dei generi meno graditi al regime, e anzi più invisi: il thriller. Se il film seguente è l’opera perfetta, che si fregia di aura “maledetta” come “Duminică la ora 6,” quest’ultimo è il germe che conduce verso un’indagine introspettiva, dietro le cui pieghe lenta e inequivocabile trapela la facciata esterna, nascosta dall’allegoria, di un Paese colto nel vivo della tensione, dell’oltranzismo. Discorso a raggio che in “Reconstituirea” si sposta su più larghi registri, sino a comprendere la duplice esegesi dello schema di Potere, coi propri oscuri disegni, e del cinema quale strumento di denuncia dietro l’evasione, di realtà travisata e imposta versus realtà nuda e cruda, accuratamente omessa.

“Duminică” è un lavoro seminale nella filmografia di Pintilie, ancorché non esente da riconoscibili tributi alle correnti cinematografiche dell’epoca, cui peraltro il campo est-europeo offre un contributo non indifferente. Investita dall’aria nuova del cosiddetto “disgelo” che si propaga nei paesi del blocco socialista, la Romania si mostra assai sensibile alla rivoluzione cinematografica dell’immagine che pone particolare attenzione alla tematica sociale e al rischio di una generazione senza futuro. In tutti i sensi, Pintilie è il primo cineasta del Paese a rovesciare i cardini di un Sistema conformista, che di climax d’oppressione non vuole sentir parlare. Confessatamente influenzato dalle lezioni di Godard, Truffaut, Resnais e del primo Wajda (e meno dichiaratamente, forse, del primo Polański), dà un taglio netto alle prassi precedenti, si serve del cinema come arma personale, fa propria l’ortografia filmica già rivoluzionata e la muta in qualcosa di originale in un solco riconoscibile: quello che dal Neorealismo in poi, attraverso le Nouvelle Vague di mezzo continente, soppianta il formalismo con la forza del vero.

“Ciò che ancora oggi in “Duminică la ora 6” non ha assunto segni di vecchiaia è il modo in cui la camera passa dalla testimonianza obiettiva (un’età del cinema) all’investigazione soggettiva (un’altra età). Tutto il film fissa la sua struttura sui frammenti che cercano di ricostruire lo spazio dell’agonia di Anca, la protagonista, frammenti di una memoria scoppiata (i corridoi, come viscere del sottosuolo, la sala delle caldaie, il cortile interno nel quale si immerge ossessivamente l’ascensore, il cui movimento finale fa scoprire il cadavere).”[1]

“Duminică” è un prodotto di transizione, che se da un lato si mostra figlio (delle mode) del tempo, e non può essere collocabile in altro periodo se non quello del suo concepimento, dall’altro è un titolo indispensabile all’interpretazione di Pintilie della realtà, nel proprio sguardo d’insieme, e della successiva filmografia, non solo del regista ma della Romania tout court. Basterebbe la predilezione mostrata a figure di giovani, sin da allora una costante del cinema romeno (che le leve del Noul Val riprenderanno con insistenza al momento opportuno), icone di un Paese e di un periodo che in numerose zone sono al centro di esplosivi mutamenti socio-culturali, mentre qui non incontrano una trasmutazione altrettanto immediata. Anche se l’ambientazione è quella del secondo conflitto mondiale, e la tirannia fascista incombente è un moloch impossibile da debellare, i volti di Radu e Anca sono proiezioni di quelli degli anni Sessanta, per tacere dei successivi, vittime immolate per le quali ogni prospetto d’uscita risulta assente. Il letargo è lungo e interminabile, la spirale di apatia e di quotidiana ripetitività ha il medesimo sapore del contrappasso che Radu conosce nel fotogramma conclusivo, contrapposto a quello d’apertura: poco prima di sfocare, l’obiettivo lo fissa mentre corre a perdifiato verso il mare, al pari del Doinel lasciato solo coi propri interrogativi, nell’inutile tentativo di sfuggire agli inseguitori.

Prima di Pintilie, ci erano arrivati Orwell e Ionesco: la Storia e il Fato da subito sono terreni che le anime candide non possono evadere; favolistici viaggi, ipotetiche nozze, pulsioni amorose o autentici sentimenti umani sono cose che l’individuo non può veramente concepire. Né la realtà concede parentesi di festa, come mostrano le violente irruzioni dei militari nella sala da ballo, o nella mensa, quando Radu teme di essere scoperto per una soffiata. L’affetto distrae da coraggiosi propositi: il gioco della vita, nella propria normalità, cancella il desiderio di fermare il Sistema. Se poi la realtà impone il non detto per ragioni evidenti (pure Anca è antifascista come Radu), la Storia, insieme al Male, ci mette lo zampino torcendosi contro chi vorrebbe ribaltarla. Evocato a scandire ossessivamente il film, l’ascensore non è che il flusso di memoria del giovane impegnato nella sua pericolosa missione, che segna le tappe del proprio infelice ricordo sino ad arenarlo con l’evento accidentale (l’agonia di Anca) e a riportarlo a una realtà cui non ci si può (più) sottrarre, e dove è impensabile tornare indietro. L’amalgama di passato e presente è immagine-cristallo di quella che i romeni vivono sotto il Conducător, in cui ciò ch’è stato non dev’essere ripetuto né rammentato, ma non è molto dissimile dalla nuova condizione, in cui ogni evento di cambiamento è prontamente sedato.

2L’alternanza tra blocchi narrativi diversi illustra come nella vita non vi sia un senso né un ordine, ed è questo lo stilema più caratterizzante del cinema di Pintilie, giacché non c’è un modo vero e proprio di entrare in argomento nel suo discorso: il tentativo del protagonista, in preda ai rimorsi, di riprendere la missione si rivela un’ulteriore beffa del Caso. La simbologia non potrebbe essere più esplicita: il Paese e i suoi abitanti, oggi come ieri, sono condannati come tanti criceti prigionieri di una ruota senza sbocchi. E la scelta di volti giovani, teneri e sprovveduti – chiamati ad assolvere compiti possibili più sulla carta che negli effetti – ne illustra l’ingenuità contrapposta alla necessità di una condizione in cui la durezza è l’unica modalità di sopravvivenza: il rapporto tra Radu e Anca, pulito e sincero, si accosta a un Sistema in cui la falsità assurge a legge. Molto prima di Nela e Mitică, del capitano Dumitriu e della moglie Marie-Thérèse o di Mitou e Norica, i protagonisti di “Duminică” fanno i conti con una realtà che rende indistinguibile il falso dal vero, la ragione dal torto, e ciascuno si ritrova a fare da occasionale ago della bilancia in un coacervo in cui tutti diffidano di tutti. La presenza d’interpreti dal volto triste e inquieto, dalla fibra segnata dalla vita (e dal Caso), dall’atteggiamento accattivante e dalla comprensibile inquietudine rispecchia quella dei miti ribelli dell’epoca, di bell’aspetto e tratto ombroso: dando pure per scontata la memoria del wajdiano Zbigniew Cybulski, come non trovare in Dan Nuțu somiglianze coi vari Brando, Jean-Pierre Léaud, Tom Courtenay, Lou Castel? Tanto più che dietro l’apparenza dell’opera stile Nouvelle Vague, il debutto di Pintilie dietro la cinepresa è un lavoro perfettamente coerente con la visione del suo autore, le cui cristalline idee sul Paese, sulle sue contraddizioni e il suo incerto futuro, emergono già in tutta la loro nitidezza, facendo di lui il più importante cronista di bilanci e fallimenti di cui la nazione disponga. Che l’applicazione Netflix permette di riscoprire in tanti prodotti, passati e presenti, come nel caso di tantissimo cinema romeno recente.

[1]          SILVESTRI, Silvana, SPAGNOLETTI, Giovanni (a cura di), Lucian Pintilie, Bologna, Revolver 2004. Pag. 24.

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INTERVISTE

Sergio Toffetti

Sergio Toffetti

INTERVISTA A SERGIO TOFFETTI,
DIRETTORE DELL’ARCHIVIO NAZIONALE CINEMA D’IMPRESA DI IVREA
a cura di Paolo Micalizzi

Nell’ambito delle Cineteche è da annoverarne una dalle caratteristiche particolari che dà ampio spazio al cinema industriale, un cinema non commerciale nato dall’esigenza di documentare i vari aspetti del lavoro. Mi riferisco alla Cineteca- Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea, di cui è Direttore Sergio Toffetti, che è stato Conservatore della Cineteca Nazionale di Roma, e in precedenza Responsabile del Dipartimento Film del Museo del Cinema di Torino. Un critico cinematografico e storico del cinema, un Docente che ha tenuto Corsi universitari a Paris 3 Sorbonne, Politecnico di Torino, Roma La Sapienza. Ha scritto anche numerosi articoli e saggi  su: la nouvelle vague, il cinema italiano, il restauro e la conservazione dei film. A lui, incontrato all’ultima Mostra di Venezia dove ha partecipato ad alcune iniziative tra cui quella relativa alle Cineteche e agli Archivi cinematografici, rivolgiamo le seguenti domande:

La sede dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea

La sede dell’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea

Tu dirigi l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea. Qual è il suo scopo?

Il cinema d’impresa ha rappresentato nel corso del Novecento un settore importante della politica industriale, e ha portato alla produzione di migliaia di documenti filmati che affrontano tutti gli aspetti della vita aziendale, abbracciando in uno sguardo complessivo sia il momento della produzione – con le catene di montaggio, i film didattici per i lavoratori, la documentazione dei processi produttivi e dei prodotti; sia il rapporto con i consumatori attraverso la pubblicità, e dunque l’evoluzione dei modelli possibili di società. Ma una particolare attenzione viene anche dedicata dal cinema industriale alle relazioni umane, attraverso la comunicazione delle “opere sociali”, tipiche di un’epoca in cui la fabbrica non voleva essere soltanto luogo di lavoro, ma presenza totalizzante nel tempo libero, nella socialità, nella risposta ai bisogni, attraverso il dopolavoro, le colonie per ragazzi, i centri culturali e sportivi, le attività sanitarie e assistenziali.

Che rapporto c’è con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Per conservare e valorizzare questo patrimonio nasce nel 2006 l’Archivio nazionale cinema d’impresa, costituito a Ivrea dal Centro Sperimentale di Cinematografia d’intesa con Regione Piemonte e Telecom che mette a disposizione un edificio ex olivettiano.

Quali sono le linee principali delle iniziative dell’Archivio?

Questo patrimonio d’immagini consente di ripercorrere l’evoluzione della produzione industriale, dei rapporti sociali, dell’economia e del lavoro in Italia.

Qual è la consistenza filmica, e quali sono le sue strutture?

In dieci anni l’archivio ha raccolto oltre 70.000 bobine di film di aziende come Fiat, Olivetti, Edison, Borsalino, Breda, Innocenti, Barilla, Eni, Ansaldo, ecc, che oltre a costituire una testimonianza fondamentale per ricostruire la memoria economico-sociale del Novecento, rivelano progressivamente una faccia nascosta del nostro cinema.

Un’immagine dell’Archivio

Un’immagine dell’Archivio

Se il cinema italiano ha trovato raramente ispirazione nel mondo del lavoro, di contro, molti dei più importanti cineasti hanno lavorato a raccontare l’industria dall’interno, dando vita a un “cinema di settore” che rappresenta un capitolo importante per la storia generale del cinema italiano, cui hanno contribuito autori come Alessandro Blasetti, Michelangelo Antonioni, Ermanno Olmi, Bernardo Bertolucci, Nelo Risi, Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Taviani, Pier Paolo Pasolini. Del resto, a ben guardare, è il cinema stesso che comincia come “cinema d’impresa”, con la La sortie des usines Lumières à Lyon, quasi a ribadire come il lavoro industriale sia andato, per circa un secolo, di pari passo con la nascita e lo sviluppo del cinema, arte industriale per eccellenza. A questo primo Lumière, corrisponde in Italia, ad esempio Gli stabilimenti Fiat di Corso Dante diretto nel 1911 da Luca Comerio, dove si mostrano i processi di lavorazione, ma anche i volti degli operai che guardano in macchina, seri e compunti, quasi a rivendicare il loro “orgoglio di produttori”, per poi chiudersi “alla Lumière” con i lavoratori che sciamano in fretta dai cancelli della fabbrica. Con gli esempi si potrebbe continuare a lungo, da Sotto i tuoi occhi, con Isa Pola, sulla fabbricazione della Fiat 522 al Lingotto nel 1932 (che potrebbe essere stato girato da Camerini), agli straordinari documentari di Ermanno Olmi per la Edison, alla Via del petrolio di Bertolucci per l’Eni nel 1967.

Quanti sono stati gli utenti del 2015?

L’Archivio, nella tradizione della Cineteca Nazionale, ha un servizio di prestiti che lo ha portato in questi anni a collaborare con musei, cineteche, festival: dalla Cinémathèque Française alla Biennale, dal Japan Film Archive al Moma. In questi anni, l’archivio ha fatto uscire in dvd i documentari Edison di Olmi; La via del petrolio; Kyoto di Kon Ichikawa, prodotto dall’Olivetti per l’apertura della sede in Giappone nel 1964; i documentari di propaganda sanitaria di Liberio Pensuti (con la Cineteca Italiana). Ma uno straordinario veicolo di divulgazione dei materiali è il canale YouTube lanciato nel 2014 (https://www.youtube.com/user/cinemaimpresatv), visitato da oltre 2.000 persone al giorno. Il canale, nato come uno strumento per specialisti (storici, ipercinefili) si è rivelato in realtà uno strumento attrattivo per un pubblico molto ampio, che nei film d’impresa cerca le tracce della propria memoria sociale. Alla base del canale YouTube, sta la possibilità dell’Archivio di digitalizzare internamente i propri materiali, grazie a due telecinema: un Sondor 16/35mm a 2K, e un nuovissimo Lasergraphc 4K per il 35mm, che consente anche di lavorare a 2K sul 16 mm e a 1,2 su 8mm, Super 8 e 9.5 mm. A questo insieme di proposte culturali avanzate (l’Archivio ha anche una collezione di film sperimentali italiani, che è stata mostrata – insieme con film della Cineteca Nazionale – al Museo del cinema, al Centre Pompidou, alla Tate Modern, alla Guggenheim di Venezia), investimenti in alta tecnologia e risposta alla domanda di memoria sociale, si deve, probabilmente, la riuscita della nostra scommessa. L’obiettivo è anche di espandersi ad altre realtà cinematografiche.

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FEDIC, LE PERSONE E I FATTI

FILMMAKER ALLA RIBALTA: GIORGIO RICCI
di Paolo Micalizzi

ricciE’ un po’ schivo Giorgio Ricci a parlare di sé e della sua attività . Dovendo elaborare questo profilo sono riuscito ad avere un elenco (incompleto, tra l’altro perché non aveva mai pensato di elaborarlo) dei cortometraggi che ha realizzato, con qualche nota biografica. Vediamo se c’è qualcosa su Internet, ho pensato , e via quindi a fare ricerche. Fortunatamente m’imbatto in un articolo importante relativo alla sua vita privata pubblicato su “Lo Specchio  della città” (Giugno 1999) in cui , leggo: “Giovedì 13 maggio, alle undici e mezza di sera, una bella signora bionda è seduta da sola su un’auto parcheggiata in fondo al porto, vicino alla fontana della Fojetta; come è, come non è, la macchina salta la banchina, finisce in acqua e comincia a galleggiare con i fari accesi come una barca qualsiasi. Passa di lì per caso un’altra auto con due coniugi che chiacchierano fra loro, tornando da una cena all’Hotel Flaminio. L’uomo al volante (60 anni, pesarese puro sangue, un pasto completo e mezza bottiglia di vino nello stomaco) vede i fari nell’acqua, frena, si toglie in mezzo secondo le scarpe e la giacca e si butta nel porto. Non si aggrappa al telefonino per chiedere soccorsi, non pensa al vestito di buon taglio sartoriale, non si ferma a guardare in quanto tempo una macchina va a fondo, non si chiede “perché io?”. Si butta e basta, perché non c’è tempo da perdere: anche se l’acqua è ancora gelata in questa stagione, anche se i liquami del porto fanno schifo, anche se c’è il ragionevole rischio della congestione e magari dell’infarto. Pochi secondi dopo si tuffa un secondo passante, 25 anni, altro pesarese puro sangue, probabile pizza e birra nello stomaco. Prende a pugni la portiera semi-sommersa dell’auto per scuotere la donna al volante, irrigidita dal terrore, e convincerla ad aprire il finestrino e a buttarsi giù prima che l’auto vada completamente a fondo. Per fortuna il comando elettrico del finestrino funziona ancora. Mentre il primo soccorritore è risalito sul molo per cercare una cima, la donna salta in braccio al venticinquenne (cosa sempre gradevole) che la porta a nuoto fino alla scaletta, senza neanche rovinarle la messa in piega. La signora può così ricevere adeguatamente anche le felicitazioni del sindaco di Pesaro che si trovava a passare di lì anche lui. Chissà perché quella sera tutte queste vite si sono incrociate proprio alla Calata Caio Duilio, comandante della flotta romana contro Cartagine, nel 260 a.C “. Continuando la lettura apprendo che “Il primo personaggio di questa storia si chiama Giorgio Ricci, concessionario della Ferrari fino a pochi mesi fa, detto “Il Gatto” per i movimenti felini con cui giocava a pallacanestro da bambino e poi come titolare nella squadra della Libertas. Non lo vedevo da più di trent’anni: l’ho ritrovato come imprenditore, padre di due figli adulti, già presidente del Lions Club. Quel ragazzo scanzonato ed esuberante oggi parla come Socrate, a voce bassa, meditando le parole. Della giovinezza ha conservato la stazza atletica (perché questa generazione invecchia vigorosamente) e la passione per lo sport: fa anche l’istruttore di immersione subacquea. Mi spiega che la prima regola per chi si trova in difficoltà nell’acqua è quella di mantenere la calma e di pensare al da farsi: anche se si è a venti metri di profondità e si stacca la maschera o il boccaglio del respiratore. Se si mantiene la calma non è troppo difficile cavarsela anche in situazioni estreme. Per esempio, quando si affonda in mare con l’auto, non bisogna tentare di aprire subito la portiera perché la pressione dell’acqua lo impedirebbe; bisogna invece socchiudere il finestrino, far allagare lentamente l’interno della macchina fino a quando la differenza di pressione si annulla e la portiera si apre senza fatica; quindi respirare profondamente l’aria residua dell’abitacolo e riemergere a nuoto”.  Concludendo l’articolo il cronista  chiude con questo invito: “Allora, signor sindaco, gliela vogliamo dare una medaglia, magari una medaglietta, a questi due pesaresi freddi e poco ospitali che si fanno i fatti loro? La medaglietta, per entrambi, arriva qualche anno dopo, Giorgio Ricci, anzi, ne riceve due. Come testimoniano gli attestati che, su insistenza, sono riuscito ad avere dall’interessato.

1a

Dall’articolo apprendo quindi che è stato concessionario della Fiat. Successivamente lo è stato della Ferrari: in effetti di questa attività , e della sua stima per il Commendatore Enzo Ferrari, Giorgio Ricci ne va fiero ed in qualche occasione si è avuto modo di appurarlo. Essere concessionario della Fiat era il suo lavoro dopo essere stato impiegato per 8 anni alla Cassa di Risparmio di Pesaro, dopo gli studi di ragioneria, diventandone ben presto comproprietario. In seguito diventa  concessionario Ferrari per le regioni Marche, Abruzzo e Molise, dopo aver compiuto un seminario di 6 mesi alla New York University.  E’ anche istruttore di riprese subacquee ( attività che gli è stata utile nel salvataggio della signora di Pesaro).

Giorgio Ricci nel periodo in cui era concessionario della Ferrari

Giorgio Ricci nel periodo in cui era concessionario della Ferrari

L’attestato per la cittadinanza benemerita sottolinea poi  che è stata riconosciuta a Giorgio Ricci per alcune iniziative da lui ideate e portate a compimento. La più importante di esse riguarda l’ideazione e realizzazione di un centro di pronta accoglienza per adulti e attività sociali a Pesaro. Il Centro , dal valore complessivo di 715.000 euro, consta di 21 posti letti capaci di accogliere 19 senzatetto nel periodo invernale in camere a due, tre o quattro letti, tutte munite di Servizi. E’ anche dotato di spazi per la ricreazione, cucina e ampio scoperto. Per fare ciò Giorgio Ricci ha coordinato il Lions Club Pesaro Host, il Comune di Pesaro ed alcuni imprenditori privati : con il loro apporto è stata possibile  la sua realizzazione che lo ha visto impegnato a tempo pieno per tre anni. E’ stato anche protagonista vent’anni fa, sempre con l’appoggio del Lions Club, di un’iniziativa che raccogliendo una congrua cifra di danaro ha consentito la creazione a Pesaro di una sede della Associazione Italiana della Sclerosi Multipla  con relativo mantenimento per il primo anno di attività: oggi è tra le più prolifiche di risultati in Italia. Da evidenziare ancora che ha curato, in collaborazione con il responsabile del Centro trapianti della Regione Marche, la diffusione della cultura della donazione degli organi in un’ampia zona che va da Ravenna-Imola a Isernia e Campobasso-Termoli. Lo ha impegnato per sette anni, con cadenza di due volte al mese, per parlare di Donazione di Organi. In quest’attività sociale a favore dell’umanità figurano altre iniziative. Sono, soprattutto, queste attività che venute a conoscenza del Presidente del Consiglio Comunale lo hanno  giustamente indotto ad accordargli la beneficenza. Della quale ci congratuliamo sinceramente.
Giorgio Ricci è anche molto attivo come filmmaker, tanto  che la sua filmografia consta di un centinaio di cortometraggi, tra 8 millimetri, super8 e video. Il suo primo cortometraggio è “Federico” girato in 8 mm. nel 1968, dopo che nel 1966, sentendo la necessità di comunicare attraverso  le immagini in movimento, si era iscritto al Cineclub FEDIC  Pesaro. Il cortometraggio è incentrato su un ragazzo di 12 anni che con alcuni amici gioca in strada “alla guerra”. Ma quando un amico viene falciato da un’automobile, il dolore e la vista  del sangue determinano in lui un’avversione verso la guerra, suo gioco preferito. Scorrendo la sua filmografia si rilevano titoli che inducono a pensare che le opere realizzate affrontano tante tematiche.
C’è un filo rosso che lega questi tuoi cortometraggi?, chiedo a Giorgio Ricci, che cosi risponde: “Ho sempre scavato dentro l’uomo: ho cercato le motivazioni che lo hanno indotto ad intraprendere certi mestieri, oppure ho cercato dentro di loro i sentimenti che li inducono a creare. Ho cercato di trovare nelle opere create dall’uomo i sentimenti che le hanno motivate. Quindi, ho realizzato, documentari su artisti, su paesi, sui mestieri inusuali”.
Hai anche realizzato cortometraggi di carattere subacqueo, mettendo cosi a frutto il tuo brevetto di istruttore  video  subacqueo.
“Sotto il mare ho cercato, invece, di far vedere ciò che provo: il mare è il posto più “buono” del mondo…finché non arriva l’uomo”.
Rientrano in questo settore opere come “Io credo”.
“Si, spesso incontrate  in immersione le meduse  mi hanno sempre affascinato per l’eleganza del movimento e della forma e perché la loro trasparenza  non nasconde nulla. Ho sempre pensato che la loro creazione non possa essere dovuta al caso e ho inteso, con questo documentario, trasmettere le immagini che mi hanno dato queste sensazioni”.

Il Comandante Jacques Cousteau - Dal cortometraggio “Feeding”

Il Comandante Jacques Cousteau – Dal cortometraggio “Feeding”

Con “Continente 2” Giorgio Ricci va sulle orme di  Jean Costeau per concludere che il mare, prima o dopo si riprende ciò che gli viene tolto. Un altro corto è “Finning” che costituisce una denuncia contro la caccia spietata allo squalo, che avviene soprattutto in Brasile allo scopo di prendere solo le pinne per immetterle sul mercato buttando via tutto il resto del pesce( un centinaio di chili) che potrebbe invece contribuire a sfamare la popolazione. Una caccia che rischia anche di estinguere la specie. Sulle coste del Ciad è invece ambientato “Feeding” con protagonista uno squalo tigre.
Giorgio Ricci ha voluto andare oltre l’essere autodidatta, e per questo ha voluto approfondire il cinema con degli appositi Corsi.
“Siccome la professione, mi precisa, lasciava molto tempo libero, ne ho approfittato per frequentare, tra gli altri, Corsi di Caterina D’Amico, di registi come Alessandro D’Alatri, Giuseppe Piccioni e Tinto Brass, con lo sceneggiatore Umberto Contarello e con il docente di cinema Massimo Angelucci Cominazzini”.
Corsi che lo hanno stimolato a diventare da allievo a docente. Infatti, ha stipulato un contratto di 5 anni con il dipartimento DISCUI della Scuola di Scienze della Comunicazione dell’Università di Urbino e sta tenendo delle lezioni di linguaggio cinematografico. Ha anche collaborato con numerose scuole di ogni ordine e grado per produrre corti a tema e per tenere desta la cultura dell’arte cinematografica.
Quali insegnamenti hai ricevuto da questi Corsi che hai frequentato. A cosa ti sono serviti, e ti servono, nell’attività di filmmaker?
“Prima di tutto il contatto con gli insegnanti dei Corsi mi ha ridimensionato: ho capito che prima di compiacermi di ciò che ho fatto devo rivedere bene le mie opere ed ascoltare le opinioni degli  ‘utilizzatori finali” sinceri. Mi è servito a capire che la semplicità del linguaggio è lo strumento migliore per comunicare  e quindi nel comporre le frasi con le immagini è bene seguire la grammatica elementare”.
Nella tua attività di filmmaker emerge il tuo interesse soprattutto per il documentario. Perché?
“Credo che un ‘opera cinematografica debba sempre contenere un tema importante che contribuisca al miglioramento di chi la vede. Da molto tempo ho visto e vedo opere che trattano temi banali o non trattano temi e pochi sono quegli autori che trattano temi nella direzione da me accennata e li trattano veramente bene: si capiscono bene. Per fare opere cosi complete è necessario avere una cultura della quale io non ho potuto godere e quindi non sarei capace di trattare il verosimile in modo che possa essere utile e d’aiuto a chi lo vede. Credo che il film prodotto semplicemente per far divertire o per sorprendere con effetti speciali o peggio per fare denaro sia un delitto. Per questo sono affascinato dal documentario: esso è la forma che più ricambia la fiducia di coloro che lo guardano quando non tradisce la realtà”.
Fra i suoi documentari alcuni riguardano la serie “Professioni inusuali”. Segnaliamo: “Rosario si racconta” su un montatore di campane; “Gloria e Jenny” incentrato sul rapporto fra una acquarista e una tartaruga di mare. Incentrato, invece sul rapporto fra una acquarista e un polipo è “Sonia”. Da aggiungere “Il domatore di serpenti e di tarantole” con protagonista Bruno Maggiolaro, un artista circense che ci introduce nella sua attività di domatore di serpenti e tarantole.
Importante è anche la serie “Biografie d’artista”. Uno ha per protagonista Achille Giannetti, un medico sposato con due figli che ha ricevuto un rene da un donatore anonimo. Un documentario su un’artista americano, di Cincinnati, è “Poesie per Chiara”(2012) in cui coglie Garner Tullis, pittore settantaduenne, mentre si accingeva a produrre 700 opere su vetro, tutte dedicate a Chiara.

Giorgio Ricci (a destra) sul set di “Poesie per Chiara” insieme a Garner Tullis

Giorgio Ricci (a destra) sul set di “Poesie per Chiara” insieme a Garner Tullis

Per l’artista è un momento molto particolare che lo coglie mentre è innamorato di una ragazza trentenne dalla quale trae l’ispirazione che gli permette di essere cosi prolifico. Nel documentario, Giorgio Ricci, sottolinea le caratteristiche di questo personaggio che si è costruito sulle esperienze di una vita piena di avvenimenti: due divorzi, 37 anni con la CIA in  giro su tutti i teatri di guerra del mondo, ferito 46 volte, un infarto, malato di cancro, a contatto con molti artisti moderni da sempre. Un personaggio che si racconta sull’onda dell’istinto.

Giorgio Ricci e Garner Tullis ospiti dell’industriale vetrario Vittorio Livi, mecenate di tantissimi artisti

Giorgio Ricci e Garner Tullis ospiti dell’industriale vetrario Vittorio Livi, mecenate di tantissimi artisti

Un’opera premiata in alcuni Festival, cosi come importanti riconoscimenti ha avuto “Il giardino dei giusti”, il cui racconto parte da una lettera che  arriva un giorno agli alunni della IIIA Secondaria di 1° grado del plesso “F.Barocci” di Mombaroccio, in provincia di Pesaro e Urbino. E’ Matilde Sarano che scrive da Israele per informare che ha saputo che la classe si sta interessando alle vicende che hanno visto la sua famiglia coinvolta durante l’ultima guerra mondiale sulla Linea Gotica( un baluardo difensivo che partendo dall’Adriatico raggiungeva il Tirreno). Attraverso una ricostruzione storica si rivivono nel documentario  i momenti e i motivi  per cui questa famiglia di ebrei non è stata perseguitata nemmeno dal contingente tedesco che, in pratica, la ospitava, insieme con la popolazione locale, ed è riuscita ad arrivare ai giorni nostri. “La bontà di pochi giusti, è il commento dell’autore del documentario, trionfò infatti sulla tirannide e la negazione del buon senso”.

Dal cortometraggio “Il giardino dei giusti”

Dal cortometraggio “Il giardino dei giusti”

Interessante è anche il “Ladro di biscotti”, tratto da un racconto di Valerie Cox. Il cortometraggio ha la presunzione di dimostrare che spesso è meglio riflettere prima di trarre delle conclusioni

Giorgio Ricci sul set di “Il ladro di biscotti”

Giorgio Ricci sul set di “Il ladro di biscotti”

Intenso è poi l’impegno di Giorgio Ricci come dirigente FEDIC. Da socio della Federazione è diventato Presidente del Cinevideoclub Pesaro e da fine luglio 2016, Presidente Nazionale FEDIC, a seguito delle dimissioni, per motivi personali, di Roberto Merlino. Un’attività che porta avanti in un’ottica manageriale, tenendo presente la sua esperienza alla Ferrari. Gli chiediamo quindi quale influenza ha avuto quella sua formazione nell’occuparsi della gestione FEDIC.

“Ho imparato a rispettare il prodotto, a rispettare il destinatario del prodotto e me stesso. Mi hanno abituato ad essere giudicato per i risultati che ottenevo. Il cronometro, per esempio, non esprime un’opinione basata su concetti  come il bello o il buono ma dice solo chi ci impiega di meno e lascia adito a pochi discorsi!!!!! Ho imparato che un uomo che ha responsabilità è un  buon manager quando agita i problemi e li sa fare risolvere dalle persone di cui si è saputo attorniare: purtroppo in FEDIC non puoi scegliere i collaboratori. Ho imparato che la calma non è la virtù dei forti, ma di chi non è impegnato. Ho imparato a non carpire la fiducia con le parole ma a conquistarla con le azioni”.

Concetti che dovranno aiutarlo a superare i problemi delle tante azioni che lo attendono in questa nuova avventura. Auguri!

FILMOGRAFIA
1.    2° Quartiere    documentario    Digitale    22’00”
2.    Achille Giannetti    documentario    Digitale    15’17”
3.    Alessandro Tonti    documentario    Digitale    28’00”
4.    Alla festa dei nuovi colori    documentario    Digitale    20’20”
5.    Bistecca, Miguel e il Gatto    documentario    Digitale    1’45”
6.    Buon compleanno Pasqualon    documentario    Digitale    65’00”
7.    Carlo Pagnini    documentario    Digitale    35’00”
8.    Centro polivalente di Larino    documentario    Digitale    18’00”
9.    Comacchio, inverno di un paese    documentario    Digitale    4’23”
10.    Dipartimento Materno infantile U.O.Ostretricia  Pesaro    documentario    Digitale    45’00”
11.    El prem amor    documentario    Digitale    2’59”
12.    ERAP-90 anni di solidarietà    documentario    Digitale    35’00”
13.    Fantasia d’autunno    documentario    Digitale    3’00”
14.    Federico    Soggetto    8mm    9’00”
15.    Feeding    documentario    Digitale    6’35”
16.    Fiastra    documentario    HI8    16’00”
17.    Figure del ‘900 a Pesaro e provincia    documentario    Digitale    10’00”
18.    Finning    documentario    Digitale    2’45”
19.    Fondazione Lions per la solidarietà    documentario    Digitale    45’00”
20.    Franco Fiorucci    documentario    Digitale    35’00”
21.    Giorgia e Lorenzo    documentario    Digitale    22’00”
22.    Giovanni Bellini – un mito del rinascimento    documentario    Digitale    74’00”
23.    Giuliano Vangi    documentario    Digitale    38’00”
24.    Gloria e Jenny    documentario    Digitale    4’00”
25.    Grado    documentario    HI8    21’01”
26.    I fiori  di Aldo Palazzeschi    documentario    Digitale    9’00”
27.    I giovani e la città di Pesaro    documentario    Digitale    110’00”
28.    I racconti della passione    documentario    Digitale    16’9″
29.    Il battesimo di Angelica    documentario    Digitale    14’00”
30.    Il centro di riabilitazione motoria di Larino    documentario    Digitale    27’50”
31.    Il creatore di parchi    documentario    Digitale    17’25”
32.    Il domatore di serpenti     documentario    Digitale    8’00”
33.    Il festival  d’arte drammatica a Pesaro – 60 anni    documentario    Digitale    60′
34.    Il giardino dei giusti    documentario    Digitale    16’49”
35.    Il ladro di biscotti    Soggetto    Digitale    9’00”
36.    Il presepe, il palombaro e gli squali    documentario    Digitale    10’00”
37.    Io credo    documentario    Digitale    5’00”
38.    Ippocampo – gli amici dell’ippoterapia    documentario    Digitale    23’00”
39.    Ippoterapia 2010    documentario    Digitale    25’00”
40.    La battaglia del Metauro    documentario    Digitale    11’00”
41.    L’arrivo di Brigitte    documentario    Digitale    11’00”
42.    Le pietre d’inciampo    documentario    Digitale    9’00”
43.    Le poesie di Antonio Nicoli    documentario    HI8    31’
44.    Margherita    documentario    Digitale    23’00”
45.    MASCI – Cos’è ?    documentario    Digitale    14’00”
46.    Mille anni: un soffio    documentario    Digitale    3’20”
47.    Montegridolfo    documentario    Digitale    12’50”
48.    Noi come prima    documentario    Digitale    17’35”
49.    Ortensio Rivelli    documentario    Digitale    3’00”
50.    Paolo Mazzanti visto da Victor De Circasia    documentario    Digitale    8’00”
51.    Paura, panico, fobie    documentario    Digitale    72’00”
52.    Percorsi    documentario    Digitale    1’00”
53.    Perlasca    documentario    Digitale    15’00”
54.    Pesaro di notte    documentario    HI8    15’00”
55.    Pesche, 10 giugno 1966 , mille anni fa    documentario    HI8    13,29
56.    Poesie per chiara    documentario    Digitale    13’35”
57.    Polvere di stelle    documentario    Digitale    120’00”
58.    Precontinente II    documentario    Digitale    9’00”
59.    Riflessioni    documentario    8mm    3’25”
60.    Rosanna    documentario    Digitale    26’00”
61.    Rosato Il montatore di campane    documentario    Digitale    10’30”
62.    Se la gente avesse il cuore    documentario    Digitale    25’00”
63.    Sonia    documentario    Digitale    4 ‘
64.    Storia etica e scopi del lionismo    documentario    Digitale    20’00”
65.    Uniti nell’abbraccio di una stella    documentario    Digitale    25’00”
66.    Valter Scavolini    documentario    Digitale    5’30”
67.    Villa San Martino dalle origini a oggi    documentario    Digitale    30’00”
68.    Walter Valentini    documentario    Digitale    7’00”

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LABORATORIO EFFETTI SPECIALI CON STEFANO PIZZOLITTO
AL CAMPUS
NATURALMENTECINEMA” DI FEDIC SCUOLA
di Laura Biggi

Il Campus “NaturalmenteCinema” di Fedic Scuola conferma il vecchio detto che il 3 sia il numero perfetto: giunto alla terza annualità, nello splendido borgo medioevale di Fivizzano, ha triplicato richieste, impegni e produzione. Avendo raggiunto ,in tempi record, oltre trenta iscrizioni, si è pensato da subito di modificare, almeno in parte l’impianto organizzativo.
Invece di un unico film sono stati ideati e girati addirittura tre cortometraggi, uno per ogni gruppo di ragazzi, coordinati da altrettante equipe operative.
“Selfie” ( Margherita Caravello- Lorenzo Caravello)
“Un’avventura mostruosa” ( Laura Biggi – Angelo Iannattone)
“ Nove buoni motivi” ( Cecilia Armanetti – Corrado Armanetti).

 

(Due momenti di backstage)

(Due momenti di backstage)

Il musicista Mattia Quinzio, autore delle colonne sonore, ha creato tre brani musicali inediti interpretati sia con voce solista che corale da bambini e ragazzi. A fine settimana le sigle del campus sono diventate videoclip.
Preziose le collaborazioni di personale altamente specializzato in diversi settori che hanno integrato e impreziosito le attività settimanali operando in maniera trasversale sulla totalità degli iscritti.
Di particolare rilievo la presenza di Stefano Pizzolitto (Pizzolito fx studios).

2La Pizzolitto FX Studios viene fondata da Stefano Pizzolitto (Carpi di Modena, 13 Maggio 1970); una passione per tutto ciò che è irreale e fantasioso maturata fin da quando era bambino, messa a disposizione per quella che ad oggi è un’importante realtà, sempre in crescita, nel campo degli effetti speciali e non solo. Composta da un vasto e preparato team, Pizzolitto FX Studios organizza anche dei corsi di effetti speciali riconosciuti a livello Europeo. Inoltre, dal 1997, la Pizzolitto Fx Studios è azienda leader nell’organizzazione di eventi per presentazioni cinematografiche. Ultimamente crea e realizza anche costumi e maschere cinematografiche per privati appassionati e cosplayer ad alto livello. Oltre a svariati riconoscimenti sono stati premiati anche con il DISNEY CLUB AWARD per la realizzazione di maschere approvate dalla Disney.

Entrare nel laboratorio di Pizzolito è un’esperienza unica, si respira il clima artistico delle botteghe artigianali degli scultori, ma si incontrano creature mostruose e personaggi incredibili protagonisti di film di indiscussa fama internazionale.
Chiediamo a Stefano Pizzolitto di parlarci un po’ di se’, ma soprattutto chiediamo il motivo per cui abbia intrapreso questo tipo di lavoro.
Il mio lavoro è nato dalle classiche paure infantili che poi sono state esorcizzate in maniera artistica e creativa.
Il mio punto di forza è la scultura, applicata in seguito alla produzione di effetti speciali. Mi occupo anche di “make up scenico”. E’ molto bello vedere le persone trasformarsi sotto le mie mani grazie al trucco. Si possono creare invecchiamenti, ferite, cicatrici di ogni genere.
Ho unito la passione per l’arte e quella per il cinema in un profilo professionale che mi diverte ed appaga molto.
Ho collaborato con diverse distribuzioni cinematografiche in occasione dell’uscita di importanti ed attesi film. Ad esempio per “Spiderman”è stata
ricreata una gigantesca ragnatela di 10m x 10 di fronte ad una multisala. Gli spettatori, prima di assistere alla proiezione, potevano incontrare il protagonista, un ragazzo in costume da Spiderman (realizzato nelle nostre sartorie cinematografiche) e scattare foto ricordo.
Analoga esperienza per il film “La mummia il ritorno”.

(Pizzolitto nel suo studio)

(Pizzolitto nel suo studio)

 

Una delle ultime creazioni, in ordine di tempo, è la riproduzione di Harrison Ford nel personaggio di Han Solo imprigionato nella carbonite, episodio “L’impero colpisce ancora” della storica saga di “Star wars”.

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Il modello realizzato con misure e materiali a copia dell’originale sarà probabilmente esposto allo store Disney al Lucca Comics 2016. Particolare cura ha richiesto la colorazione perché non era facile riprodurre la tonalità identica.
La scultura investe circa l’80% del lavoro, ognuna di queste viene realizzata interamente a mano con plastiline di diverse durezze, e utilizzata in seguito per effettuare calchi per la produzione di statue, creature, effetti speciali o protesi.

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I tempi di scultura possono durare anche settimane, dipende dalla qualità che si vuole ottenere, la testa di Arnold Schwarzenegger che si vede nelle foto manca ancora di texture e poi diventerà un busto americano con braccia e pettorali.
“Tempo fa ho incontrato anche Richard Taylor, creatore di effetti speciali per il film cult “Il signore degli anelli”; e in occasione delle prime conferenze italiane al “Future Film Festival” ho creato personaggi a tema ricevendo grande apprezzamento per il mio operato proprio da parte sua”.

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Pizzolitto è un affermato artista con collaborazioni importanti a livello nazionale ed internazionale, ma tra le sue creature ritorna un po’ bambino, estasiato da storie e personaggi che fanno ormai parte dell’immaginario collettivo. Guardare negli occhi di un professionista e scorgere il fanciullino è l’occasione giusta per parlargli del Campus “NaturalmenteCinema” di FEDIC Scuola e chiedergli la disponibilità a collaborare.
Dopo un’iniziale sorpresa per l’inaspettata richiesta Pizzolitto si è dimostrato interessato al progetto esposto, bastava solo concordare le modalità di intervento.
Dopo aver arruolato Pizzolitto ed il suo staff, un altro personaggio, seduto lì in laboratorio attendeva silenzioso e paziente di essere scritturato per Fivizzano: la sceneggiatura di uno dei film, in effetti è ispirata e vincolata alla sua presenza.

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Al secondo appuntamento ci avviciniamo per ascoltare la sua storia narrata da Sara Tongiani Pucci compagna e collaboratrice di Stefano.
“Questa è la riproduzione realistica del famoso attore e doppiatore Mario Cordova, per realizzarlo è stato fatto il calco intero della persona e realizzato con particolari tecniche, il materiale usato è il silicone.
Il “puppet” (manichino) è stato prodotto per la fiction tv Mediaset “Fratelli detective” ( regia Rossella Izzo). Serviva perché il personaggio in questione veniva ucciso e cadeva dall’ottavo piano di un palazzo di Roma.
Per renderlo più realistico baffi, barba e sopracciglia sono state impiantate con la tecnica “a pelo” utilizzando materiali speciali forniti dal famosissimo Rocchetti uno dei maggiori produttori italiani di parrucche”

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Il manichino, comunemente chiamato al Campus il cadavere, oltre ad apparire nella scena di apertura del film “Un’avventura mostruosa” è stato, assieme ad altre creature di Pizzolitto, la mascotte di “NaturalmenteCinema”.

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Dovunque lo portassimo suscitava curiosità ed interesse, seduto su una sedia, sul sedile posteriore di un’auto ( durante gli spostamenti), o appoggiato ad un albero nel bosco, il suo aspetto estremamente realistico, ad un primo sguardo poteva facilmente trarre in inganno chiunque lo vedesse.
Stefano Pizzolitto ed il suo staff hanno mostrato sullo schermo immagini di eroi e mostri del cinema, alcuni dei quali realizzati da loro. Inoltre ha allestito una piccola mostra di personaggi di film, teste, mezzibusti e maschere indossabili.

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Lo staff di Pizzolitto ha messo a disposizione la propria competenza artistica per avvicinare i giovani al cinema in modo fantasioso e creativo.
I ragazzi hanno progettato, disegnato e poi realizzato con la creta facce mostruose, bulbi oculari inquietanti ed esseri inesistenti.

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Stefano Pizzolitto e Sara Tongiani Pucci, oltre a fornirci i mostri di scena, hanno partecipato alle riprese del film “Un avventura mostruosa” con grande disponibilità ed ironia, Pizzolitto ha interpretato la parte di un regista sul set, mentre Sara si è prestata ad un apparizione con trucco cinematografico completo di ferita sanguinante.

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Pizzolitto che ha collaborazioni negli USA dove a breve aprirà un altro studio ( oltre a quello di Carrara) ha dichiarato di non essere mai stato coinvolto prima d’ora in un progetto di laboratorio di cinema per bambini e ragazzi, e si complimenta vivamente con gli organizzatori sostenendo che anche a livello internazionale non gli risultano iniziative analoghe a quella di “NaturalmenteCinema”.

(Le foto sono di Lorenzo Caravello e Laura Biggi)

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Portfolio Collaborazioni PIZZOLITTO FX STUDIOS

2016 – Realizzazione Prototype Suit per “Dystopian Lovesong” project (Regia: Stefano Moro) – In partecipazione al Festival di Cannes 2016

2015 – Realizzazione special make up and prosthetics make up “Dead bride” (Regia: Francesco Picone) – In Produzione

2015 – Realizzazione special make and prosthetics make up per evento American Express presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma.

2015 – Realizzazione body suit del personaggio “Bumblebee transformer” per spettacolo itinerante

2015 – Realizzazione “Paziente 0” per l’evento “Zombie Experience” a Torino.

2015 – Realizzazione “Alieno di Roswell” per la mostra “Mistero The Experience” e trasmissione “Mistero”.

2014 – Realizzazione creature per il primo musical in Italia dei Ghostbusters – “Ghostbusters Live, The Eighties Rock Musical” – Live Theatre Production (Regia: Lorenzo Fusoni)

2014 – Realizzazione body suit del personaggio DeadPool per Lucca Comics.

2013-2014 – “Chopper Predator” – Realizzazione body suit di un Chopper Predator per Romics e Lucca Comics.

2012-2013 – “Celtic Predator” – Realizzazione body suit di un “Celtic Predator2 per San Diego COMIC- CON International.

2012 – Riproduzione scala 1/4 figura femminile “Spell 2” di H.R. Giger per EDI Milano – Regia: Mariano Equizzi.

2011 – “SOS Befana” – Rai Fiction ( Regia: Francesco Vicario)

2011 – “Cucito addosso” – Mithril Production (Regia: Giovanni Laparola), premio “Michelangelo Antonioni”, vincitore BiFestival e Festival di Roma, candidato al David di Donatello, attualmente in concorso al Festival Coreano;

2010 – “Un cane per due” – Tao Due (Regia: Giulio Base)

2010 – “Fratelli detective” – Eyeworks Italia (Regia: Rossella Izzo)

2009 – “W zappatore” – Apnea Film (Regia: Massimiliano Maci Verdesca )

2009 – Puntata pilota “Mordimi” per SKY di e con Chiara Sani, Lillo e Greg (Regia: Mariano Equizzi).

 

 

LE RASSEGNE DI CINEMA SCONOSCIUTO
O DIMENTICATO DI RIVE GAUCHE – ARTECINEMA
di Marino Demata

Agosto 2016: il Chiostro dell’ex Convento delle Leopoldine a Piazza Santa Maria Novella a Firenze, divenuto da qualche anno il bellissimo Museo Novecento, è gremito di gente in ogni angolo. E’ di scena la proiezione di uno dei film di Xavier Dolan (la programmazione ne indica tre nel corso del mese), salutato con un applauso alla fine. Gli attenti addetti alla sicurezza ci assicurano che non si era mai vista una folla del genere, che, spettatore in più, o in meno, si ripete invece quest’anno ad ogni proiezione, fino ad arrivare alla ragguardevole cifra di oltre 200 presenze per la serata in questione. Una prova concreta? Per le proiezioni il Museo ha messo a disposizione tutte le 92 le sedie in dotazione, ma sarebbero state necessarie più del doppio. Per fortuna al pubblico è stato consentito di prendere posto lungo i muretti che cingono il Chiostro o di sedere sulle parti a prato. La rassegna è proseguita anche nei mesi di settembre e ottobre, spostandosi al coperto nella bella sala cinematografica dell’Altana nello stesso Museo. Ma purtroppo i posti disponibili in quella sala sono solo 75. Ed è stato inevitabile fare ricorso alla formula “Ingresso fino ad esaurimento di posti!” Certo è stato un peccato limitare il numero degli spettatori, se si pensa alla qualità dei film programmati anche in settembre e ottobre. Due esempi per tutti: “Mr. Nobody” (2009), il capolavoro di Jaco Van Dormael, col premio Oscar Jared Leto, diventato in breve un grande film di culto in tutto il mondo e completamente sconosciuto in Itala, e “Still the water”, meravigliosa storia ambientata in un’isola del Giappone di oggi, ad opera di Noemi Kawase, la bravissima regista che ha vinto numerosi riconoscimenti al festival di Cannes, del quale è stata nella scorsa edizione anche membro della Giuria. Anche questo film non ha mai circolato in Italia!
Si tratta della rassegna denominata “L’amour fou” organizzata da noi di Rive Gauche – ArteCinema (Associazione aderente alla Federazione Italiana dei Cineclub) nel quadro delle manifestazioni di Estate Fiorentina del Comune di Firenze. La caratteristica saliente di tale rassegna è che essa è dedicata esclusivamente a film “inediti di autore”, cioè film mai arrivati in Italia, oppure arrivati in maniera del tutto episodica e poi scomparsi. Una scelta questa non nuova per Rive Gauche, che il pubblico ha mostrato di gradire molto, nella consapevolezza che si tratta di film che probabilmente non avrà la possibilità di vedere mai più.

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In verità Rive Gauche – ArteCinema ha fatto di questo tipo di film uno dei suoi “marchi di fabbrica”, scegliendo appunto di attingere spesso nelle sue programmazioni o a film del tutto inediti, oppure a pellicole mai distribuite nel nostro Paese.
In altri casi Rive Gauche ha privilegiato film indipendenti e poco noti, oppure film arrivati fugacemente nei circuiti regolari, ma poi del tutto scomparsi e dimenticati.
Ricordiamo con una certa emozione che, quando organizzammo la nostra prima rassegna cinematografica la denominammo (forse in maniera eccessivamente lunga): “Cinema e contro-cinema: Indipendenti, sconosciuti, dimenticati, quasi smarriti…”. Al titolo si aggiungeva poi come sottotitolo: “…e ritrovati da Rive Gauche”. Eravamo ospiti in una Associazione periferica e proiettavamo in una camera ove al massimo potevano prendere posto forse 15 persone. Scegliemmo di iniziare con “Il coltello nell’acqua”, il primo film di Roman Polanski, per poi andare avanti con film diventati abbastanza rari come “Alice’s Restaurant” di Arthur Penn, “L’insolito caso di Mr. Hire” di Patrice Leconte, “Sesso, bugie e videotape”, film di esordio di Steven Soderbergh e altri sulla medesima lunghezza d’onda.

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Più avanti fummo ospiti di una Associazione meglio organizzata che ci mise a disposizione un ampio salone. Fu la volta di un ciclo di film sull’emigrazione: “Emigrati ieri. Emigrati oggi.” Tra gli “Emigrati ieri” scegliemmo un gruppo di film di una certa notorietà, da un capolavoro indiscusso come “Rocco e i suoi fratelli, il capolavoro di Luchino Visconti, al “Cammino della speranza” di Pietro Germi.

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Mentre per “Emigrati oggi” ci focalizzammo ancora una volta su film poco conosciuti o passati inosservati, come “La bas”, di Guido Lombardi, dramma di Senegalesi a Castelvolturno, da una storia vera; “La donna che canta”, film che lasciò il segno nel corso della rassegna, del talentuoso regista canadese Denis Villeneuve, al lirico “Le Havre” di Aki Kaurismaki, al tragico “Welcome” di Philippe Lioret.
Nel frattempo fummo invitati a proiettare alcuni capolavori di importanti registi nella sala di uno dei Quartieri della città. Si richiedeva la presentazione critica e la proiezione di film di Michelangelo Antonioni, Clint Eastwood, Wim Wenders. Anche in questo caso la scelta cadde, ove possibile, sulle pellicole meno conosciute.
E’ stato molto fruttifero di soddisfazioni e successi la collaborazione col Quartiere 2 della città, che ha voluto che la nostra Associazione organizzasse un ciclo di film all’aperto, nel Giardino del Cenacolo di San Salvi, nell’estate del 2014, a cadenza bisettimanale, il mercoledì e il sabato. Anche in quel caso la scelta della rassegna è stata indirizzata a film meno noti o comunque perduti nella memoria collettiva degli amanti del cinema. Il successo è stato immediato e si è creato uno spirito di grande sintonia col pubblico che partecipava attivamente alle nostre scelte e discussioni. Furono presentati, tra i film più noti, due drammi passionali di François Truffaut, “Jules et Jim” e “La signora della porta accanto”, ma poi film inediti o meno noti come ad esempio “The kite” della indimenticata regista libanese Randa Chahal Sabag: un vero e proprio caso cinematografico, un film insignito del Leone d’Argento e del Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia , e poi, in Italia, trascurato dalla distribuzione e dimenticato del tutto. O come l’americano “Mr. Lonely” di Harmony Korine: film e regista del tutto ignoti al pubblico italiano. Eppure in America regista indipendente di culto, capace di mettere in mostra con disinvoltura soprattutto le degenerazioni psico-sociali dei ruoli della contemporaneità.
Il successo di questo ciclo di film “sotto le stelle” ha consigliato i due membri di questo sodalizio vincente, il Quartiere 2 della città e Rive Gauche – ArteCinema, di ripetere la felice esperienza anche nell’estate del 2015. Ancora una volta, come nel caso dei film sull’emigrazione, le tensioni politiche e sociali e le lotte per i diritti trovarono ampio spazio tra i film selezionati per la rassegna. Pensammo ad una selezione di film sul Maccartismo, uno dei periodi più bui della storia americana, di cui si parla pochissimo e che è ignorato dai più, specialmente dai giovani. Dopo aver proiettato film scomparsi in Italia come “Il prestanome” di Martin Ritt (a sua volta Blacklisted durante quel triste periodo), con uno splendido Woody Allen, e “Indiziato di reato” di Irwin Winkler con Robert De Niro, e poi “Labirinto mortale” di Peter Yates, ed altri; molti spettatori ci confessarono che ignoravano del tutto che in America, considerata la culla della democrazia, potessero essere stati processati e condannati degli uomini per le loro idee!

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Il terzo anno di rassegne estive organizzate di intesa col Quartiere 2, il 2016, vede lo svilupparsi del tema “Il cinema tra destino e libertà”. Si è ritenuto di dover partire dal film che ha segnato la svolta per ciò che riguarda la riflessione sul caso nella vita umana: “Destino cieco” di Krzysztof Kieslowsky. E’un altro film del tutto scomparso e introvabile in Italia anche su dvd (così come molti altri della rassegna di ben 15 titoli).
Ci sono stati nel frattempo altri momenti importanti di cinema di qualità, come una prima rassegna di film meno noti di registi latino americani e una successiva rassegna di film, sempre dell’America Latina, del tutto sconosciuti al pubblico e inediti, perché presentati solo alcuni mesi prima al Festival di Trieste.
Ed anche una rassegna di film antimilitaristi e decisamente contro tutte le guerre, collocati provocatoriamente proprio nel periodo delle celebrazioni per il centenario della grande guerra. Non potevano mancare capolavori come “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick o film assai meno diffusi come “Per il re e per la patria”, per la regia di Joseph Losey o “Messia Selvaggio” di Ken Russell.
Ha dato soddisfazione ed intrigato il pubblico anche la rassegna interamente dedicata a John Cassavetes, che ha offerto l’opportunità di sviluppare un discorso sul cinema indipendente in generale e newyorkese in particolare e sulle innovazioni stilistiche e di contenuto portate avanti dal grande regista.

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L’Università di Firenze – cattedra di Lingua e Letteratura turca – ha voluto poi invitare Rive Gauche – ArteCinema per una serie di sei proiezioni riferite al Nuovo Cinema Turco. Anche in questo caso si è trattato di film sconosciuti nel nostro Paese, che hanno attratto l’attenzione di docenti e studenti.
Da ultimo non si possono non ricordare le celebrazioni pasoliniane. Ci riferiamo a quella del 2014 per il 50mo de “Il Vangelo secondo Matteo”: una bellissima giornata di studio e di lavoro all’Università di Firenze con la presenza di illustri studiosi e parte degli attori che 50 anni prima avevano preso parte al film. E ci riferiamo anche a quelle più recenti, di alcuni mesi fa, per il 40mo della morte del grande Poeta e Regista, con tre affollati eventi (proiezioni e interventi di ospiti) che hanno avuto come teatro proprio la sala cinematografica del Museo Novecento.
Come si vede, si è trattato finora di un percorso molto variegato, eppure coerente ed unitario. La coerenza e l’unità è stata data dalle comuni caratteristiche di tutte le rassegne. Innanzitutto, come si diceva, ricche di film poco noti, dimenticati, o del tutto inediti in Italia, trovati con paziente e appassionato lavoro, anche attraverso viaggi all’estero e canali insospettati. Poi la regola di proiettare film solo in lingua originale con sottotitoli in italiano. Nessun film finora è sfuggito a questa caratteristica, che anch’essa è apparsa, inaspettatamente, essere di gradimento del pubblico. E inoltre le recensioni e le schede per ogni film pubblicate in anticipo sul nostro Blog e sulle nostre pagine Network e poi discusse prima dell’inizio di ciascun film. E le scelte di merito dei titoli, che hanno sempre privilegiato film che aprono riflessioni e interrogativi nell’animo degli spettatori o che gettano un fascio di luce su problemi e drammi del nostro tempo.

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A CALCI STAGE FEDIC 2016 CON IL REGISTA ALESSANDRO GRANDE
di Roberto Merlino

Lo Stage Nazionale FEDIC di Formazione ed Approfondimento è nato nel 2003, con l’intento di fornire un qualificato punto di riferimento per gli Autori Indipendenti di cinema che vogliano migliorarsi e trovare momenti di confronto costruttivo.
Ha cadenza annuale, con una formula, invariata negli anni, che prevede cinque giorni di full immersion, con i partecipanti alloggiati in agriturismo, in stretto contatto 24 ore su 24.
Ogni anno si affronta un argomento diverso (direzione degli attori, sceneggiatura, montaggio, direzione della fotografia…) sotto la guida di “maestri” qualificati e disponibili al confronto, con un programma attentamente studiato di volta in volta.
Quest’anno, giunti alla 14.a edizione, lo Stage ha avuto luogo a Calci, in provincia di Pisa, dall’1 al 5 settembre, presso l’Agriturismo “I Felloni”, in una verde e salubre cornice, confortata da un’ottima cucina toscana.
L’organizzazione, come sempre, è stata gestita dal Cineclub FEDIC “Corte Tripoli Cinematografica” di Pisa, sotto la direzione di Roberto Merlino.
La docenza è stata affidata al regista-sceneggiatore Alessandro Grande, calabrese trapiantato a Roma, che ha lavorato con i 20 partecipanti sul tema “regia”.

Il regista-sceneggiatore Alessandro Grande, in un momento del lavoro allo Stage

Il regista-sceneggiatore Alessandro Grande, in un momento del lavoro allo Stage

La manifestazione gode del sostegno del Ministero dei Beni Artistici e delle Attività Culturali e del Turismo, della Fondazione Sistema Toscana, del Comune di Calci, di Acque SpA e dell’Agriturismo “I Felloni”.
Il percorso di lavoro, molto pratico e concreto, ha portato alla realizzazione di un cortometraggio (“Priority”), basato su una sceneggiatura scritta dagli allievi dello Stage dell’anno precedente (settembre 2015), per l’appunto dedicato alla “scrittura di un film corto”, sempre sotto la docenza di Alessandro Grande. Si è realizzata, insomma, una sorta di esperienza biennale che ha offerto la possibilità, per chi ha partecipato ad entrambe le edizioni, di lavorare a 360° per la creazione di un film, partendo dall’ ”idea” e arrivando alla confezione di un prodotto finito.
Una delle priorità dello Stage Nazionale FEDIC è quella di essere un momento di incontro tra appassionati, provenienti da varie parti d’Italia, ognuno con esperienze diverse e diversi curricula, tutti disponibili a mettersi in gioco, divertendosi in modo intelligente. Una costante, ormai consolidata negli anni, è quella di veder nascere simpatie ed amicizie che si concretizzano nel prosieguo con collaborazioni e scambi artistici e tecnici di vario tipo.
Una miscellanea, insomma, di crescita artistico-culturale e stimolo al confronto-incontro.
Per quanto riguarda la metodologia di lavoro è importante rilevare che il docente ha dato ampio spazio alla creatività dei partecipanti e al loro coinvolgimento. In molti hanno collaborato alla scelta e ricerca degli oggetti di scena e costumi; gli interpreti del film sono stati selezionati tra i partecipanti allo Stage e ogni inquadratura è stata discussa, progettata e realizzata con la collaborazione di tutti, in un’alternanza di ruoli (regia, fotografia, fonica, ecc.) che ha coinvolto a tutto tondo i partecipanti, protagonisti consapevoli di un qualcosa che, veramente, era frutto del loro impegno.
Alessandro Grande è stato abilissimo nel coordinare il lavoro, con sensibilità e professionalità, sovrintendendo con pazienza e grande esperienza un accurato lavoro di amalgama, dimostrandosi “punto di riferimento” sicuro ed affidabile.
Anche il lavoro di montaggio, tecnicamente eseguito da Marco Rosati sotto la direzione di Alessandro Grande, è stato indirizzato dai continui e attenti interventi degli stagisti. Lo stesso dicasi per la colonna sonora, realizzata in diretta dal maestro Sergio Brunetti. Determinante la collaborazione tecnica di Roberto Carli ed Antonio Tosi, oltre al prezioso lavoro di segreteria da parte di Maurizio Palmieri.
Hanno partecipato allo Stage, provenienti da varie regioni d’Italia, Antonella Santarelli, Luciano Ibi, Guido Daidone, Giuseppe Squarcio, Francalisa Iannucci, Giulia Siciliano, Chiara Montagnani, Giacomo Bernardi, Vincenzina Di Bartolo, Alessia Di Stefano, Salvatore Occhipinti, Giorgio Sabbatini, Vivian Tullio, Gabriella e Serenella Gatti, Gemma Vignocchi, Manuele Moriconi, Giuseppe Leto, Lorenza Corsetti, Alessandro Orsini.

Salvatore Occhipinti (partecipante allo Stage) riceve un riconoscimento dall’Assessora Cultura di Calci, Annachiara Galotta

Salvatore Occhipinti (partecipante allo Stage) riceve un riconoscimento dall’Assessora Cultura di Calci, Annachiara Galotta

Il film “Priority”, realizzato nei 5 giorni di Stage, è stato visionato in anteprima assoluta da tutti coloro che hanno contribuito a realizzarlo, in compagnia del Sindaco di Calci (Massimiliano Ghimenti), dell’Assessora alla Cultura (Annachiara Galotta), della proprietaria dell’Agriturismo “I Felloni” (Caterina Da Cascina) e dei rappresentanti della stampa locale.
Il film sarà visibile per tutti a partire da dicembre, assieme al backstage dell’intera esperienza, attualmente in lavorazione.
Come tradizione, lo Stage ha avuto anche due serate aperte al pubblico, sia per creare un diversivo ai partecipanti sia per avere un reale legame con il territorio ospitante.
Nella serata inaugurale (giovedì 1 settembre) si è raccolto un folto pubblico nella Sala Consiliare del Palazzo Comunale di Calci e, dopo aver esaurito i saluti di rito dell’Amministrazione Comunale, ha avuto luogo la lettura (ad opera di attori della Compagnia Teatrale “L’Albero di Putignano”) delle dieci migliori opere partecipanti al “Concorso Nazionale FEDIC per soggetti cinematografici riferiti ad un corto sull’acqua”. La vincitrice della competizione, Chiara Rossi di Santa Margherita Ligure, è stata premiata dal dott. Alessandro Moriani, che ha confermato l’interesse di Acque SpA per questo tipo di iniziative, volte a valorizzare l’importanza dell’acqua.

Il dott. Alessandro Moriani consegna il premio a Chiara Rossi, vincitrice del “Concorso FEDIC per soggetti riferiti ad un corto sull’acqua

Il dott. Alessandro Moriani consegna il premio a Chiara Rossi, vincitrice del “Concorso FEDIC per soggetti riferiti ad un corto sull’acqua

Nel prosieguo è stato proiettato il “backstage” relativo allo Stage Nazionale FEDIC del 2015.
Nella seconda serata aperta al pubblico (sabato 3 settembre), sempre nel Palazzo Comunale di Calci, si è avuto l’incontro con l’Ospite d’Onore, la regista romana Isabella Salvetti, che ha presentato 5 suoi cortometraggi ed ha avuto un interessante e vivo confronto col pubblico in sala.
Molto apprezzato, tra gli altri, il film “Due piedi sinistri”, con cui ha avuto innumerevoli riconoscimenti in giro per il mondo e in Italia, tra cui “Globo d’oro”, finalista ai “Nastri d’Argento” e al “David di Donatello”, oltre al “Premio Corte Tripoli 2015”.

La regista Isabella Salvetti riceve da Bruno Possenti il “Premio Corte Tripoli”

La regista Isabella Salvetti riceve da Bruno Possenti il “Premio Corte Tripoli”

Si è da poco concluso lo Stage Nazionale FEDIC 2016 e già si parla di quello del prossimo anno, che sarà condotto dal regista Roberto Merlino sul tema “Per un film di immagini” (elementi di sceneggiatura, regia, montaggio… per “raccontare” in modo efficace). Il nuovo progetto si propone di rimarcare l’importanza del “creare immagini adeguate per una chiara e corretta comprensione di ciò che si vuol comunicare”. Lo Stage 2017 sarà rivolto sia ai “principianti” sia agli “esperti”: insieme verranno coinvolti in divertenti percorsi creativi, con l’obiettivo di sviluppare e razionalizzare la capacità di comunicazione.
Il docente applicherà -con i dovuti adattamenti- una metodologia sperimentata per anni, e con successo, nei suoi corsi universitari per studenti di cinema.
Sarà uno Stage, tutto sommato, indirizzato al “cervello” dei partecipanti e non ai loro mezzi tecnici, con l’intento di fornire regole e stimoli per “trasmettere agli altri” in modo razionale ed efficace.

Foto di gruppo a fine Stage 2016

Foto di gruppo a fine Stage 2016

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CESENATICO: 6° ANIMARE FILM FESTIVAL DI ANIMAZIONE
di Gianluca Castellini

A Cesenatico, (FC), si è svolta dal 3 al 10 Luglio la 6.a edizione di ANIMARE, festival di cortometraggi di cinema di animazione dedicato ai più piccoli. Il successo della manifestazione è il risultato di un mix vincente, costituito dalle migliori produzioni internazionali di cinema indipendente di animazione, esaminate da una giuria di 100 baby-giurati. La giovane giuria è composta da bambini e ragazzi di età compresa tra 3 e 12 anni, arruolati nelle 2 settimane precedenti l’inizio del festival. L’importante ruolo di reclutamento è affidato all’ente promotore dell’evento, ossia la Cooperativa Stabilimenti Balneari di Cesenatico, composta da 114 stabilimenti balneari posizionati sulla striscia di litorale dell’Adriatico che attraversa i rioni di Zadina, Cesenatico-Ponente, Cesenatico- Levante, Valverde e Villamarina. La Cooperativa Bagnini durante le giornate di arruolamento dei giudici, utilizza messaggi vocali diramati attraverso un sistema unificato di megafoni amplificati. I candidati interessati, rilasciano le proprie generalità ai referenti dei bagni, i quali poi inoltrano alla sede della cooperativa la lista dei richiedenti. Una volta raggiunto il numero di 100 richieste si chiudono le iscrizioni e l’elenco viene consegnato al comitato organizzatore dell’evento, rappresentato dal Cineclub FEDIC sedicicorto, di Forlì. Sedicicorto, si è occupato del lancio del bando, della selezione dei film e della predisposizione di tutto il materiale promozionale. Nei 4 mesi di attivazione del bando, sono pervenute 839 richieste di ammissione in rappresentanza di 73 paesi. Il regolamento prevede l’iscrizione gratuita e la partecipazione di tutti i film di animazione con durata fino a 15 minuti, prodotti dal 2014. Negli anni non sono mancati autori provenienti da Pixar, Disney ed Aardman, a significare una qualità davvero eccellente. La selezione definitiva è stata coordinata grazie all’aiuto di un giovane comitato, composto da dieci ragazzi di 11/12 anni. I ragazzi sono stati coinvolti ed emozionati da storie avvincenti, realizzate con grande varietà di tecniche, (2D, 3D, Stop Motion) e con l’utilizzo di vari strumenti (Plastilina, vetro, caffè, sabbia, foglie, materiali di riciclo, conchiglie, semi, ecc.). I ragazzi si sono incontrati in una decina di appuntamenti, prendendo appunti, scambiando pareri e raggiungendo infine la determinazione della rosa dei 16 film finalisti.

Nelle prime giornate dal 3 al al 6 Luglio, sono state proiettate 24 opere fuori concorso, in quattro località diverse. Si è partiti da Villamarina, per poi procedere a Valverde, Ponente e Zadina, in luoghi tutti all’aperto e dislocati nel lungomare. Nelle successive giornate di Giovedì e Venerdì, è entrata nel vivo la competizione tra i 16 finalisti, ospitata fin dalla prima edizione, all’interno della suggestiva cornice di Piazzetta delle Conserve, a Cesenatico-Levante. La competizione si è svolta con la visione di 2 film alla volta con una formula a batterie eliminatorie, mediante il giudizio espresso dalla giovane commissione, composta da 100 giurati con età media di 9 anni e mezzo. Ogni giurato disponeva di un braccialetto con 4 tappini. Al termine dei 2 film, il conduttore della serata, magistralmente diretta da Alberto Romagnoli, chiamava per le votazioni tutti i ragazzi, che rispondevano all’appello, inserendo un tappino in uno dei due contenitori identificativi dei 2 film, in confronto e così via fino al raggiungimento degli otto finalisti. Tra una batteria e l’altra, in attesa del conteggio dei tappini (voti), il presentatore ha intercettato alcuni pareri espressi dai giudici, i quali nonostante la giovane età si sono espressi in modo deciso e maturo, motivando con idee profonde le singole scelte. Il festival si pone come obiettivo principale di sensibilizzare il giovane pubblico ad una visione più consapevole ed educativa del linguaggio cinematografico, ed in questo gli organizzatori sono coinvolti, cercando di proporre film che solitamente non sono visibili sul tradizionale sistema televisivo.

In seguito allo svolgimento delle 8 batterie di qualificazione sono giunti alla finalissima di sabato 9 Luglio i seguenti film: Catch it (Francia) – Alike (Spagna) – Wildlife Crossing (Repubblica Ceca) – Rupee Run (USA) – Kong Fu (Francia) – Le Chateau de Sable (Francia) – The Short Story of a Fox and a Mouse (Francia) – Neila (Francia). Alla finale hanno assistito circa 350 persone, con la curiosità generale di scoprire finalmente il vincitore assoluto. Ogni giurato, come per le due precedenti serate, disponeva del kit formato dal portachiavi che racchiudeva i 4 tappini, utili per le votazioni e da un braccialetto luminoso, che ha colorato in modo vistoso, il buio creatosi all’interno dell’arena. Gli abbinamenti dei 4 scontri finali vedevano incrociarsi il film giunto ottavo con il primo della classifica virtuale, il settimo con il secondo, il sesto con il terzo, il quinto con il quarto. I vincitori dell 4 batterie sono risultati: “Catch It”, “Alike”, “The story of a fox and a mouse” e “Neila”. Al termine delle proiezioni, i 100 giurati, per alzata di mano, hanno scelto a grande maggioranza, il film spagnolo “Alike”, opera in 3D di 8 minuti, realizzata nel 2015, da Daniel Martinez Lara e Rafael Cano Méndez. Il film narra le vicende del piccolo “Copia”, che non accetta di vivere una vita omologata in bianco e nero e desidera potere cogliere le sfumature a colori che la vita gli offre. Il tema della diversità, ottenuto con una eccellente elaborazione animata in 3D, ha convinto la maggioranza dei giurati che hanno assegnato al film spagnolo circa il 70% dei voti disponibili. Nella serata conclusiva di Domenica 10 Luglio, gli organizzatori hanno riproposto il film vincitore, seguito dal vincitore della edizione precedente. Nell’occasione, sono stati consegnati a tutti i giurati, i diplomi ufficiali di partecipazione alla giuria. Il dopo festival è stato caratterizzato da diversi pareri e commenti rilasciati sia dai giovanissimi giurati che dai rispettivi genitori. Gli organizzatori, i giurati ed il folto pubblico si sono salutati con un caloroso arrivederci al prossimo appuntamento del 2017. “Sedicicorto”, che ha ideato questa spettacolare formula si ritiene enormemente soddisfatto per i risultati conseguiti e per la partecipata presenza di tanti appassionati che hanno riconosciuto nell’evento un grande veicolo di comunicazione visiva, con importanti stimoli di riflessione e spunti di dialogo tra ragazzi e genitori.

L’evento è patrocinato dal comune di Cesenatico (FC), con il contributo speciale della cooperativa stabilimenti balneari di Cesenatico, ed il sostegno di Mibact, Fedic, Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì.

Nella foto: una parte della giuria del Festival

Nella foto: una parte della giuria del Festival

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FESTIVAL ED EVENTI

69° FESTIVAL DEL FILM LOCARNO

UN FESTIVAL A UN BIVIO di Giancarlo Zappoli

INCONTRI CON TRE PROTAGONISTI DEL FESTIVAL:
RUS, ANCARANI, KRUGER
di Marina Ruiz

Carlo Chatrian, nella sua introduzione al catalogo della 69^ edizione del Festival di Locarno scrive: “Il programma di questa edizione segna il ritorno allo spirito originario del festival, quello che ha dato spazio alle cinematografie meno note e a registi emergenti, quello che ha fatto di Locarno un festival di avanguardia, politico e poetico, visionario e controcorrente.”
Si tratta di una dichiarazione molto esplicita che dimostra come il direttore artistico conosca bene la storia della manifestazione che dirige da tre anni e come intenda darle sempre più chiaramente un profilo che la distingua dalle concorrenti, sia in ambito nazionale (v. Zurigo) che internazionale (v. Cannes, Venezia, Roma e Berlino). Il tornare con determinazione alla vocazione primigenia del Festival di Locarno a un anno dal compimento dei suoi settanta anni contribuisce in modo determinante a fare chiarezza ma pone anche dei quesiti che, ne siamo certi, troveranno una risposta adeguata già dalla prossima edizione. I quesiti riguardano essenzialmente due sezioni d Concorso e la programmazione della Piazza.
Se si vuole dare spazio a registi e cinematografie emergenti viene da chiedersi, già dai termini che la definiscono, quale significato abbia conservare la sezione competitiva “Cineasti del presente” che finora si è qualificata come quella dedicata alla sperimentazione. Se di avanguardia si tratta, nel senso più pieno ed esteso, diventa inutile riservare alla stessa una sezione. Di fatto già quest’anno i 17 film in Concorso Internazionale (tutti in prima mondiale) hanno evidenziato l’incongruenza. Opere come i portoghesi “Correspondências” di Rita Azevedo Gomes o “O Ornitólogo” di João Pedro Rodrigues hanno tutte le caratteristiche della ricerca portata all’estremo e quindi ci si poteva legittimamente chiedere perché non fossero nell’altra sezione. Si tratta ovviamente della necessità di tarare le sezioni sulla base della nuova linea impressa dalla Direzione artistica. La riflessione si impone anche sulla programmazione serale della Piazza. E’ evidente a tutti che a una platea di 7000 persone in proiezione all’aperto (condizioni meteo permettendo) non si possono proporre opere analoghe a quelle che vengono presentate al pubblico in larga misura più cinefilo che affolla le sale del Festival nel corso delle giornate. Se però non si vuole scientemente andare verso un festival scisso come il Dottor Jekyll e Mister Hide non si può proporre l’ennesimo episodio della saga di Jason Bourne o chiudere con un film bollywoodiano di un regista che ha del tutto perso lo spirito dell’apprezzato “Lagaan” del 2001 (presentato anch’esso in Piazza) in favore di un impianto favolistico con effetti non sempre ‘speciali’. Non è un caso infatti che il Premio del Pubblico sia andato a “I, Daniel Blake” di Ken Loach che, dopo aver conquistato la Palma d’oro a Cannes, ha saputo toccare cuore e mente di una vasta platea dimostrando di non essere un ‘comizio filmato’ come lo ha definito un noto critico italiano e consentendo ai selezionatori di avere un’indicazione precisa su quale tipo di cinema è gradito agli spettatori che affollano la Piazza Grande.

INCONTRI-INTERVISTE
Marina Ruiz, con questi tre incontri-interviste, ha tracciato dei ritratti di professionalità del cinema presenti al Festival di Locarno: un giovane attore, un regista e una casting director.

Face the new cinema.
Come la nuova generazione di attori dà corpo (e anima) al cinema contemporaneo.

1Lucian Teodor Rus. Giovane e innocente.
Incontro Lucian Rus in un salottino appartato di Casa Borgo. Ho di fronte un ragazzo di 24 anni indubbiamente attraente. Potrebbe essere il prossimo Dane DeHaan, ma europeo. Proporzionato, aggraziato, lineamenti fini, castano e abbronzato. Denti strategicamente non perfetti, occhi scuri. Dopo aver perso parecchi chili per la parte è ancora piuttosto ossuto. Incarna Emanuel in “Scarred Hearts” (titolo internazionale), ispirato dal romanzo (autobiografico) dell’autore rumeno Max Blecher che si svolge nel 1937. Un inizio col botto: è in concorso in uno dei festival più cinefili di sempre. Recita per la maggior parte del tempo orizzontale, interpretando un ventenne già vecchio che entra non troppo malato in un sanatorio sul Mar Nero e ne uscirà morto. Alle soglie dei trent’anni. Della qual cosa non si sa se rallegrarsi, data la lunga agonia.

Recitare come sfida
Lo prendo a esempio come un giovane di belle speranze che si affaccia sulla scena cinematografica in tempi difficili, facendo un mestiere difficile: quanti cattivi attori conosciamo? Che distruggono i film e ce li fanno odiare. Ho molte domande da fare, più che sul film sulla sua carriera che di fatto è già iniziata. Voglio sapere cosa spinga un giovane a intraprendere questo cammino in salita. Non ha parenti nello stesso ambiente. Né fratelli o sorelle che lo abbiano preceduto. È una decisione sua, evidentemente esistenziale. È timido, dice di esserlo e fa di tutto per sembrarlo. Voce bassissima, ritmo rarefatto. Per lui recitare è una sfida: è comunicare. Potrebbe essere la stessa sfida per chiunque. La vita è una sfida e lui ha scelto di metterla in pratica cosi. È ciò che dà il senso alla sua vita. È una forma di espressione e lui ha trovato questa per necessità. non c’è nessun talento particolare che senta di avere.
Va detto che si è trovato coinvolto in un progetto di notevole peso specifico, prima di tutto per il soggetto. La storia alla base di “Inimi cicatrizate” (titolo originale) è un libero adattamento dall’omonima opera di Blecher, il Kafka rumeno, morto nel 1938, affetto da tubercolosi spinale, allettato per anni giovanissimo, che parla di temi schiaccianti come malattia e morte. Ma c’è spazio anche per l’amore, l’amicizia, l’allegria. Sin dall’ingresso in sanatorio, Emanuel mette in chiaro la sua strategia: la risata, lo humor. Non lo salverà, ma lo farà ballare fino alla fine. In un tentativo di rivalsa sull’ineluttabile, ancora più struggente per un giovane che ha un grande appetito, in ogni senso, anche per la felicità. Che ha spina dorsale, nonostante quella fisica sia minata. Lo stesso Lucian mi parla delle ultime lettere di Blecher dall’ospedale alla famiglia, disperati inviti alla vita.

Carriera in ascesa
Come fa un ragazzo apparentemente fragile a reggere una simile parte, un simile debutto (è il suo primo lungo) e soprattutto cosa significherà per un inizio di carriera (la sua) in un’industria in crisi, dove l’offerta è non solo abbondante, ma schiacciante? Ripete spesso una parola: lavoro. Un concetto: voglio lavorare per migliorarmi. Sembra semplicissimo, è molto determinato nel dirlo. Ha sentito parlare i colleghi del fatto che si è sempre insicuri. Sa però che recitare è il suo modo di affrontare la vita, di fare domande. Di capire l’esistenza e il reale. Vuole fare questo lavoro per sempre. Non è un passaggio. Vuole vivere e sfidare se stesso, recitando.
Ha iniziato a teatro e ha fatto qualche corto. È arrivato al regista Radu Jude dopo essere stato chiamato a un provino, dopo essere stato visto in un lavoro fatto durante la scuola. Tutto inizia nel 2016 e va avanti per 5 mesi. Come ha fatto ad avere la parte, superando tanti suoi coetanei? Ha messo tutta la sua vita lì. Ha provato delle scene con la protagonista femminile. Ha cercato di essere se stesso. Ma è difficile. Perché non si sa mai chi si è. è più facile essere un personaggio. Dice di non essere coraggioso, ma spera di averlo, il coraggio, nella vita. Il modo migliore crede che sia il lavoro, misurarsi.
Non fa differenza tra teatro e cinema, vorrebbe fare tutte e due le cose, ciò che cerca è la connessione con il regista. È il suo modo di lavorare. Non sa cosa succederà. Intanto però studia le lingue, anche il tedesco.
Il ragazzo vuole essere di una normalità assoluta. Forse lo è. Ma è in un ambiente particolare, a rivestire un ruolo particolare. Cerco di capire cosa ci sia nella mente di un giovane entrato a pieno titolo nell’arena dove si confronta con persone dannatamente determinate a emergere, disposte a tutto per avere una parte anche minima, in un film a dir tanto commerciale. Il fatto è che con loro non si confronta perché sembra essere come in una bolla: intoccabile. Arrovellato nella sua stessa idea di esistenza attraverso l’arte.

Un pensiero sovversivo
Per essere dove è non è stato fortunato, come dice di essere. In effetti l’ho capito presto. È una persona lontanissima da ciò che pensiamo debba essere o quantomeno fare un giovane che vuole entrare nell’ambiente cinematografico. Non sgomita. Non si agita. Non lotta. Si limita a cogliere delle occasioni che di fatto si presentano. L’ho sentito dire, alla domanda se voglia essere famoso, “se la condizione per essere famoso è lavorare, voglio esserlo.”. Questa è sovversione. Sul tema della visibilità, cruciale per un attore, risponde che sì lo vuole essere ma solo in quella parte, per quel personaggio. Non crede in se stesso, ciò che è nella vita reale non conta nulla. Sta cercando di capire “come si fa”, eppure è già in un posto d’onore. Evidentemente è non dotato, è super dotato e Radu Jude, stella del consolidato firmamento cinematografico rumeno (il suo “Aferim!” ottenne l’Orso d’Argento a Berlino nel 2015) se n’è accorto. E lui si limita a dire: “ha avuto bisogno di me.”. Il tentativo di annullarsi, di nascondersi in lui è molto chiaro, tuttavia sa che non può più farlo e questo gli fa paura. Del resto è evidente la dicotomia tra la recitazione come fuga dalla realtà e il timore di dove (la notorietà) possa portare.
È entrato dalla porta principale il ragazzo: laureato all’UNATC, l’Università Nazionale di Teatro e Cinema di Bucarest, una vetrina promozionale del Transilvania International Film Festival riservata ogni anno a 10 giovani promesse (TIFF showcase “10 for Film”). Un notevole tormento esistenziale che lo ha portato a interpretare il dramma della vita di un suo coetaneo, in cui sta in un letto (quasi) dall’inizio alla fine.
Quando gli è stato chiesto come sia stato recitare in tali penose condizioni, ha detto che è stato facilissimo: doveva solo stare sdraiato. Ma dopo ha avuto un bisogno impellente di muoversi, fare sport: correre, nuotare, perché essere così vicino alla morte l’ha segnato: se per lui è un modo di mettere piede nell’esistenza, non può che essere così. Dice che il libro gli ha indicato come comportarsi da malato: era tutto scritto, c’era un medico (vero) sul set, in più c’era la sceneggiatura e soprattutto il rapporto con Jude che gli ha indicato la strada. Ha bisogno di un regista in cui credere, che creda in lui. Esattamente quello che è successo in” Inimi cicatrizate”.

Aderenza al personaggio
Incontrando Lucian Rus ho avuto non solo delle risposte (che si è sforzato di darmi, se pur in una lingua non sua), ma soprattutto un’impressione: se il cinema contemporaneo ha al suo interno organismi viventi così sfaccettati, rigorosi e tormentati è destinato ad avere ancora molto da dire.
È sorprendente in definitiva l’aderenza (intesa come obiettivo raggiunto) dell’interprete con il personaggio. La tragedia di un giovane ebreo-rumeno, che dal letto di un sanatorio ha disquisito coi compagni di sventura del mondo e dell’esistenza, leggendo grandi intellettuali e lasciando scritti autobiografici, poesie, frammenti saggistici, mentre tutti i grandi eventi mondiali e nazionali incombono, se pur fuori campo. E un giovane attore che si può permettere di fare dell’interpretazione la vita stessa ed è ancora del tutto coinvolto in questa grande opera di cui fa parte (il film è in prima mondiale a Locarno, la sua vita inizia ora), che gli ha scavato un inevitabile abisso interiore.
Lucian Rus non lotta contro il tempo e il fato avverso come Blecher, ma ha iniziato dal (pro) fondo, da un’impresa ardua, ed è evidente nell’impresa quel match magico tra regista e interprete che forse ancora non crede di aver raggiunto. Non poco per una nuova leva che si considera fortunata, che dice di non avere qualità (senza atteggiarsi), che per questo cerca conferme, che vuole solo lavorare duro. Constatato che in seno alla nuova generazione di attori si trovino giovani che viaggiano a questi livelli, possiamo essere moderatamente ottimisti.

2Yuri Ancarani. Il bello di essere inclassificabile.
Selezionato a Locarno, “The challenge”, tre anni di lavoro per un week-end nel deserto.
Incontro Yuri Ancarani dopo che “The challenge” (il suo primo lungometraggio) è stato mostrato al pubblico, in concorso, nella categoria “Cineasti del Presente”. Non ci conosciamo, eppure si comporta come se ci fossimo visti decine di volte: è particolarmente alla mano.
È stanchissimo. Ma ha voglia di parlare, del film, di lavoro, anche se è “in vacanza”. Però la prima frase è: “il film deve parlare da solo, ora io non c’entro più nulla.”. Contraddizioni d’artista.
Ancarani è nato a Ravenna, ma è milanese di adozione. Quindi lavora, come tutti quelli che stanno a Milano. Oltre ad essere regista e videoartista, è art director e ha lavorato per agenzie di pubblicità. La cosa è evidente nel merchandising del film ovvero la testa del falco, resa icona, stampata sulla T-shirt che indossa.

La vita è nel deserto
Gli chiedo come sia arrivato in Qatar, mi dice: “curiosità”. Erano gli anni in cui gli arabi si compravano tutto. Aziende, opere d’arte contemporanea, investivano nelle banche. E il Qatar era in cima alla lista dei vari emirati molto interessati all’occidente, in particolare al nostro Paese. Era anche il più aperto, dove entrare aveva meno barriere. Ma se l’è girato parecchio il Medio Oriente, Ancarani: Kuwait, Emirati, quindi Doha. Arabia Saudita no, è impossibile entrare con un permesso turistico, devi avere un permesso di lavoro.
Domando di sintetizzare in una “line” lo spirito dell’opera. “È un film sulla tradizione del deserto contemporaneo”, la risposta. Ma quel deserto lì. Non il Nevada. Nelle città del Golfo Persico c’è posto per tutti, ma la vera vita non è lì. Conservano un attaccamento viscerale per il deserto. La vera vita è lì, e all’interno delle famiglie, dove l’accesso è negato. Secondo l’esperienza di Ancarani, molto privato e molto intimo è anche il deserto ed entrarci è molto difficile. Ci ha messo 3 anni, per portarsi a casa anche solo 10 minuti l’impresa è epica e il film ne dura 70. Il suo è cinema di realtà, nessuno recita. Ma ammette che per diventare invisibili bisogna tenere la posizione: restare e osservare quello che scorre. Poi le barriere cadono naturalmente.

Documentaristi, registi, videoartisti
Ma quale ritiene che sia la differenza tra documentarista, regista e videoartista? Ancarani riconosce che la critica abbia difficoltà ad inquadrarlo, cosa che lo diverte. Afferma che un documentarista “ti spiega tutto per bene”, mentre lui tende a seminare domande. Fare il regista? Non con gli arabi, che sono indirigibili. Possono solo essere osservati. Chiaro certe scene (come il ghepardo in macchina a spasso nel deserto) devono essere un minimo costruite (ovvero i protagonisti fanno la loro vita, chi li filma si limita a chiedere il permesso di seguirli), ma altre succedono in modo del tutto imprevedibile. L’arte è esserci.
Ancarani scrive pochissimo. Guarda. Si dà delle strutture che poi si modificano nel tempo. Una cosa certa del film era il finale: un vincitore. Ma di inizi ce ne sono stati diversi. Anche il titolo è cambiato molte volte, ma “The challenge” sintetizza l’esito del film: ne rimarrà uno solo.
Per l’autore ciò che è posseduto è tutto volto a dimostrare qualcosa: il falco, il ghepardo, le jeep. Che per Ancarani sono anche loro animali: sorte di carovane di cammelli virate al tempo presente.

L’uomo medio
Pongo il tema della sensazione involontariamente comica che passa durante la visione, ovvero di una società “debosciata” a cui piace intrattenersi con attività non troppo edificanti. Dove si placca d’oro tutto il possibile, il kitsch gronda ovunque e praticare una smisurata opulenza è un hobby (la falconeria almeno ha la “copertura” di secoli di storia).
Una società al maschile, mi ferma subito Ancarani: un qualsiasi italiano medio aspirerebbe a fare quella vita. Ma si deve accontentare di qualcosa di vagamente simile, solo un giorno a settimana, davanti alla tv a guardare la partita. Le aspirazioni? Sono sport, gioco, azione e scariche di adrenalina.
La nostra “salvezza”? Il lavoro. Per fortuna dobbiamo lavorare e il lavoro nobilita. Mi sfida (the challenge) a trovare un mio collega di Milano e a vedere che cosa farebbe senza il suo lavoro, cosa farebbe se potesse dedicarsi solo alle sue passioni: “poi mi dici che vita fa”. Quello che farei io non conta: sono una donna, il film non contempla donne, se ce ne fossero state sarebbe stato un altro film, completamente diverso: “ci sarebbero stati gli alberi nel deserto”, chiosa.

Tanti progetti, un disegno
Quando gli chiedo se ogni progetto sia a sé oppure ci sia sotto un unico grande disegno, mi dice che il disegno c’è ma si modifica nel tempo. Ora per esempio l’ONU l’ha portato ad Haiti (ha già girato, è in fase di montaggio). Ora “si entra in un terreno sconosciuto a cui dare una forma in base a ciò che ho fatto prima. Per me è un percorso.”. Più che delle urgenze espressive, ha delle esigenze, ci sono degli interessi e delle tematiche che lo interessano personalmente che sottendono i diversi lavori, ma non condizionano le scelte. Il mio interlocutore dice di essersene accorto nel tempo, guardando il lavoro fatto. Sono come dei fili che ha messo insieme solo di recente.
Si tratta del suo primo lungo, gli chiedo se abbia intenzione di fare ancora corti. Potrebbe anche essere, ma dice “non è un problema mio”, sono le esigenze legate al mercato e all’industria. Sappiamo che un film di mezz’ora in un museo è lungo, in una sala però è corto.
Ancarani ha iniziato come videomaker, facendo video nella sua regione (Emilia-Romagna). Poi arriva “Il capo” (il primo corto, del 2010), che ancora oggi sta girando ai festival. Fatto che smentisce ciò che molti sostengono ovvero che un film abbia due anni di vita. Con “The challenge”, pensa che non uscirà mai in sala, anche se immagina che l’accoppiata il primo corto più l’ultimo lungo (suoi) sarebbe perfetta in sala. In pratica una retrospettiva minima.

Yuri il ribelle
Ancarani ha sempre lavorato secondo le sue regole. Contro le regole vigenti, quelle del mercato. Quando gli chiedo che destino avrà il suo film, non è ottimista. È convinto di fare film che “terrebbero agganciato chiunque”, ma per chi ha fatto le regole “non sono film che si possono vedere”, perché i film “si fanno in un altro modo.”. Lui è contento di essere coerente con il suo modo di lavorare, ma sa che il film passerà in Francia (grazie ad Arté), di notte, in tv. Nel ‘Fuori orario’ d’Oltralpe o nelle gallerie d’arte, dove si dà attenzione a quello che si presenta, un’attenzione ripaga della fatica di fare un film come il lungo presentato a Locarno, troppo lungo per una galleria, ma che necessiterebbe investimenti notevoli per essere portato nelle sale.

Odissea produttiva
Veniamo ai finanziamenti. Gli domando quanto sia costato il film, “pochissimo” mi dice, per il tipo di film che ne è uscito. Doveva essere molto più “piccolo”, ma è cresciuto nel mentre. La presentazione al festival (da cui si è sentito trattato benissimo, che davvero non credeva gli sarebbe stato tributato il concorso) è stata “senza fischi”, ride, è il complimento che gli ha fatto il produttore francese. Ma a parte gli scherzi, il film è stato una fatica enorme, e quando gli chiedo cosa si aspettasse dal festival, fa un passo indietro e mi dice: “di finirlo”. Confessa che, quando per tutti (i produttori italiani, svizzeri e francesi) il film era finito, per lui non lo era. E ha dovuto andare avanti trascinandosi dietro tutti gli altri. Voleva continuare a riprendere, non era soddisfatto. Allora ha dovuto rivolgersi al mondo dell’arte, in particolare agli svizzeri della BIM, la Biennale dell’Immagine in Movimento di Ginevra. Succede a chi si permette di andare oltre una produzione televisiva che ha dei tempi e dei budget ben definiti: i finanziamenti arrivano solo ai lavori (conclusi) che abbiano rispettato i tempi di produzione.
Il film doveva durare 50 minuti, ma uno come lui che impiega un anno per ottenere 25 minuti di materiale ha bisogno di più tempo rispetto a ciò che i produttori avevano messo in conto. Da qui in avanti questo videomaker “duro e puro” ha dato una dimostrazione muscolare di determinazione, dando fondo alle sue capacità, anche di persuasione, per arrivare a quella che era per lui la parola ‘fine’. Ora, mi dice, quello che conta è il successo del film, la sua partecipazione ai festival. Un importante traguardo è Locarno, naturalmente, ma è solo l’inizio. Anche se, dichiara, lui non iscrive i lavori ai festival, ma preferisce essere invitato: “vado da chi mi vuole.”. E già Paesi di importanti festival lo hanno chiamato: come per i lavori precedenti, anche “The challenge” pensa che girerà molto perché “parla di un mondo che non conosce nessuno.”.

Scrivere poco, girare molto
Che Ancarani scriva poco è confermato anche dalla disarmante sintesi dei sui trattamenti. In particolare, per l’ultima fatica, si limita a dire: “Voglio andare nel deserto del Qatar a fare un film.”. è chiaro poi che i pamphlet per ottenere i finanziamenti li scrivono altri (i produttori). Il mio interlocutore è però convinto che scrivere così tanto per un film che ancora non esiste sia folle: sono le regole, ma le regole non rispecchiano il suo modo di lavorare perché tutto avviene nel momento, tutto può cambiare. È anche convinto che la possibilità di fare i suoi film gli venga data nonostante i corposi pamphlet, ma perché dietro c’è una persona di cui si fidano, di cui conoscono il lavoro. Mi anticipa uno dei prossimi progetti, che si svolgerà a Milano, in carcere. Con “San Siro, San Vittore” costituirà un dittico. È già pronto alla prossima fatica e questo chiarisce come la ‘resistenza’ sia la qualità che non deve mancare a un regista, documentarista o videoartista che sia.

3Beatrice Kruger. Alla ricerca dell’attore invisibile
Incontro Beatrice Kruger in occasione dell’European Casting Director Award, primo riconoscimento ufficiale che il Festival del Film di Locarno ha deciso di tributare al ruolo del casting director, insieme a ICDN (International Casting Directors Network). Ha lavorato con una cinquantina di registi, da Woody Allen a Sorrentino, passando per Spike Lee, Terry Gilliam, Ron Howard: il suo osservatorio è particolarmente ampio.
La prima impressione che ho è forte ed è: autorevolezza. Beatrice è una pioniera e non c’è aspetto che riguardi questo lavoro che non abbia vissuto o che le sfugga. La sua esperienza è unica, anche grazie al raggio d’azione con cui si muove (di qua come al di là dell’Oceano) e alle lingue che parla.
È impegnata in prima linea nelle associazioni di categoria nazionali e internazionali: si batte per il riconoscimento del ruolo che questa professione riveste che ancora non è pienamente ed adeguatamente “accreditato”.

Una professionalità sempre più riconosciuta
Beatrice Kruger viene dal teatro sperimentale degli anni ‘70, faceva l’attrice. Dal 1978 si è trasferita in Italia. Dal 1985 ha fatto anche cinema. Le offerte per il suo tipo però erano scarse. Un leggero accento la identificava con una straniera, per cui erano molto ricercate le biondine di vent’anni senza troppa personalità, e lei non era “il tipo”. Nel ‘91, anche grazie alle sue conoscenze di colleghi in America, decide di fondare la sua società di casting a Roma. La sua professione, mi conferma, negli USA risale agli anni ‘50 ed ha avuto un impulso con le serie TV che necessitano di ritmi veloci di produzione e impongono scelte rapide. Anche in Italia, con le recenti serie televisive, la figura del direttore casting sta guadagnando sempre più terreno. Nonostante la specificità e le competenze necessarie per questa professione, Beatrice ribadisce come sia ancora in corso la battaglia per il riconoscimento come capo reparto nella macchina cinema. Esattamente come direttore della fotografia, costumista, scenografo e tutti gli altri anelli della catena produttiva.
Devo ammettere che il discorso mi spiazza. Che si stia ancora a discutere di “riconoscimento” quando un costumista è inserito con il massimo agio nella filiera produttiva, mentre l’artefice della scelta interpretativa, del fattore umano (insieme con regista e/o produttore) ancora non lo sia, è un tema.

Triangolazione focale
La triangolazione casting director, regista e attore è quanto di più focale e nevralgico per la riuscita di un film. Non può essere sottovalutata, perché non può passare inosservata. Una faccia, un corpo è ciò da cui siamo naturalmente più attratti, per la semplice componente specchiata dello schermo. Per quanto un regista possa essere sensibile al tema degli attori ed averne anche una certa conoscenza, non avrà mai la visione diffusa e verticale che ha un casting director. Beatrice sorride quanto i registi parlano di “anni” per la ricerca di quel dato attore: un regista non ha il tempo né i contatti per fare di fatto un’altra professione.
La mia interlocutrice fa riferimento all’area, ancora privata, dell’immaginario, in cui ognuno è libero di creare la propria visione. È qualcosa di immediato che ci appartiene, da cui si attinge quando la parola scritta, la sceneggiatura, i dialoghi, prendono forma e soprattutto corpo. È un’alchimia del tutto personale. Ciò ci fa capire il lavoro di interpretazione che va fatto e la difficoltà che le diverse “visioni” alla fine coincidano. Ma quali sono le qualità che deve avere questa figura professionale? Primo: deve conoscere i metodi di recitazione. In cosa consista la formazione di un attore. Da Grotowski a Rivette, le scuole attoriali sono diversissime tra loro e quindi i “prodotti” che ne escono. I registi dovrebbero conoscerle, per essere capaci di lavorare con gli attori, sapendo come trarre da loro ciò che hanno da dare. Quando ciò non avviene, è in agguato il pericolo del type casting, una sorta di casting con lo stampino in cui si scelgono le facce in base ai ruoli già sostenuti (il poliziotto, il medico e così via).

Questione di network
Beatrice richiama più volte il tema dell’indipendenza del casting director, figura diversa dall’agente che rappresenta un numero limitato di attori, da cui percepisce una commissione (il direttore casting lavora per la produzione e collabora con il regista proponendo attori per ogni ruolo nel film). A questo proposito rileva la situazione ibrida di alcuni paesi dell’Est dove di fatto ancora sopravvive una situazione relativamente opaca in cui il bacino cui attingere è strettamente locale, anche per questioni di costi. Lei lo afferma in base alla presenza di colleghi appartenenti al network ICND (International Casting Directors Network) in paesi come Russia, Polonia, Bulgaria, Romania, dove questa professionalità è ancora pochissimo rappresentata. I network, relativamente recenti (ICND risale al 2005), sono importanti per questa professione e sono a livello nazionale come a livello internazionale. Mi ricorda come prima di internet, vedere il maggior numero di attori era possibile solo ai festival: Berlino, Cannes, Venezia, Locarno hanno contribuito in modo massivo alla costruzione dell’archivio di attori di e-talenta.eu, di cui Beatrice è fondatrice.

Shooting Stars
Risale agli anni ‘90 l’iniziativa Shooting Stars voluta dalla European film promotion (EFP), in cui ogni paese membro dell’associazione esprimeva un attore a rappresentarlo. Di recente, con l’aumento dei paesi appartenenti all’EFP, il meccanismo è diventato più selettivo introducendo una competizione: una giuria sceglie le 10 Shooting Stars tra tutte le proposte degli attuali 35 membri. In giuria c’è un casting director (nonché un attore, un regista, un produttore ed altre figure professionali) e gli attori scelti devono parlare inglese e devono avere già un nome in “patria”.
La ricerca e la promozione di nuovi talenti porta Beatrice a vedere un numero imponente di film all’anno nonché a presenziare a saggi di teatro, del centro sperimentale di Roma ed avere il polso delle serie televisive nazionali e internazionali.
Sul lavoro svolto dalle scuole, mi parla di mancanza di insegnamenti pratici, di come funzionino effettivamente le cose: ne escono “artisti” che non sanno promuoversi ovvero rendersi visibili. Poi ci sono i giovani che ci provano, ma che non imboccano in modo serio questa professione. Complice la televisione, è sfumata la differenza tra personaggio e attore, è l’audience che detta legge. Qui l’improvvisazione regna sovrana. Il meccanismo della ragazza bellina che fa delle foto alla quale personaggi ambigui fanno false promesse, ammette che sia sempre esistito. Ma ora è su scala molto più grande, un mondo parallelo che non interessa ai casting director. È vero che per certi progetti si attivano canali alternativi, come nel caso dello street casting, ma ciò che cambia sono solo i tempi, decisamente più lunghi: il talento potrebbe essere dietro l’angolo come lontanissimo. I registi dovrebbero saperlo.

Coraggio
Beatrice mi ricorda un concetto fondamentale, che è sempre bene tenere a mente: attori noti attirano finanziamenti, quindi sono una merce di scambio importate per le produzioni. Tutti, finanziatori e distributori, sono sensibili a questo aspetto. Viceversa la mancanza di attori affermati costringe a rischiare su nomi nuovi. Quindi il coraggio, nella produzione di un film anche quando parliamo di interpreti, è un tema nodale. In Italia, sostiene la mia interlocutrice, ci sono molti buoni attori ‘invisibili’, oscurati da altri che lo sono troppo. I produttori coraggiosi sono tramontati in Italia (mi parla, tra gli altri, di Leo Pescarolo), cosa non vera in Francia, per esempio.
La riduzione dei budget in definitiva favorisce il ruolo di professionisti come Beatrice perché ora vengono coinvolti nelle primissime fasi del progetto. La chance? Il fatto che sempre gli stessi attori non possano fare tutto e qui c’è margine di manovra per far emergere il sommerso e svincolarsi dai soliti noti. Ma più che mai in questo sistema è necessaria la conoscenza di persone specializzate come lei.

Il tipo borghese
Le chiedo quanto conti la bellezza per la scelta di un attore e quale bellezza intendiamo. La mia interlocutrice mi parla di aura, di carisma. Indubbiamente i lineamenti classici e regolari, in un interprete, aiutano a passare attraverso le epoche sullo schermo, ma lamenta una certa tendenza attuale all’omologazione: facce pulite, ragazzi perbene, borghesi, educati. Tutti uguali. Non c’è il ribelle, l’imperfetto, il caratteriale. Sembrano fatti con lo stampino. La ragione, in Italia, è da ricercare anche nella povertà di storie che si affacciano sulla scena, nonché nel “canone televisivo” imperante, che taglia via le asperità. L’antidoto a questa pericolosa tendenza potrebbero essere le co-produzioni, che spezzino l’asse regista-cast 100% italiano per portare aria nuova. In fondo siamo in Europa e anche il cinema potrebbe trarne maggiore vantaggio.

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CINEMA INNOVATIVO  E RISCOPERTE
ALLA MOSTRA DEL NUOVO CINEMA DI PESARO
di Paolo Micalizzi

Pedro Armocida

Pedro Armocida

Anche quest’anno, nella nuova direzione artistica  assunta l’anno scorso da Pedro Armocida, la Mostra ha mostrato  vitalità ed interesse verso un cinema legato alle forme più innovative e di ricerca del linguaggio cinematografico contemporaneo.

Punto di forza della Mostra, il Concorso “Pesaro Nuovo Cinema- Premio Lino Miccichè” , i cui premi vengono attribuiti  da una  Giuria composta   da studenti provenienti dalle università e dalle  principali scuole di Cinema. Quest’anno erano sedici ed erano coordinati dal regista Roberto Andò. Ad essere premiato come miglior film “Les Ogres” della francese Léa Fehner con la seguente motivazione: “Per raccontare con efficacia le molteplici sfumature della vita, che prendono forma nella rappresentazione di un variopinto microcosmo; per la sua narrazione acrobatica e dinamica che avvolge lo spettatore in un girotondo di note, colori ed emozioni; per l’incisività dei dialoghi che restituiscono la malinconia dell’esistenza; per farsi specchio sognante dell’essenza artistica della natura umana”.

2Il film, che ha ricevuto anche il Premio del Pubblico deliberato dagli spettatori del “Cinema in Piazza”, ha per protagonista la vivace compagnia  del Davai Théatre, che viaggia di città in città, evidenziando legami famigliari, amori e amicizia in  una situazione tra la finzione del palcoscenico e la vita reale.  La Giuria ha anche assegnato due menzioni speciali: a “Per un figlio” di Suranga Deshapriya Katugampala, film, di produzione italiana, sul rapporto tra una madre e un figlio ,di origini cingalese,  che vivono in Italia, e a “David” del cecoslovacco Jan Tesitel incentrato su un giovane affetto da disturbo mentale che a seguito di una vita famigliare insostenibile fugge in una grande città con pochi soldi in tasca, ma fuori dal protettivo ambiente domestico si troverà a sperimentare  una solitudine ancora più profonda.

Riscoperta del Super8 alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Già l’anno scorso, curato da Karianne Fiorini e  Gianmarco Torri, sono state presentate le opere di Livio Colombo e Giulia Vallicelli, animatori di laboratori artigianali  di ripresa e sviluppo in Super8 grazie ai quali la pellicola in formato ridotto torna ad essere uno strumento di espressione indipendente e a basso costo. Ma anche i Super8 del francese Philippe Cote incentrati “sui temi del corpo, della materia, della luce e del colore con tecniche che vanno dal cinema senza cinepresa alla pittura su pellicola”; quelli della tedesca Helga Fander, regista che posa il suo sguardo poetico , curioso e intenso sulla realtà, trasfigurandola. E  quelli  dell’olandese Jaap Pieters, artista noto come “L’occhio di Amsterdam” che filma spesso dalla finestra del suo appartamento. Quest’anno vi è stata la proposta di Giuseppe Baresi e del canadese John Porter.

Il regista Giuseppe Baresi

Il regista Giuseppe Baresi

Il primo è  un autore che da trent’anni trova nel Super8 la possibilità di un esercizio inedito dello sguardo, di una pratica di concentrazione e di meditazione sullo spazio e sul tempo filmico. Che esprime in un taccuino- diario: appunti di viaggio e taccuini visivi girati dal 1984 al 2015. Alla Mostra di Pesaro sono state proiettate opere che riguardano gli anni 1983-1984 quando il regista affrontò con un’auto R4 il deserto algerino. Sull’uso del Super8, che è il suo vero amore, ha dichiarato: “Il Super8 è una forma di cinema libero, il fatto che una  bobina duri 3 minuti ti invita a una maggiore concentrazione di sguardo. Il Super8 si avvicina alla poesia, a un sogno in diretta, nascono delle cartoline”. Nell’operato del canadese Pieters vi è da una parte una scelta/ricerca di un cinema personale e dall’altra una scelta politica e premeditata in opposizione all’industria cinematografica e a favore di quello che ancora oggi si chiama “$50 budget film”: l’obiettivo è di essere autore a tutto campo, indipendente per tutto il  processo creativo onde potere  avere la possibilità di una rappresentazione completa della propria visione artistica del mondo.

Produzione audiovisiva italiana a bassissimo budget, extra- industriale, opere prime e inedite, nella nuova Sezione – Visioni per il cinema futuro”, curata da Anthony Ettorre, Anna Maria Licciardello, Mauro Santini e Gianmarco Torri. Sono opere  che spesso non vengono mostrate perché non rientrano nelle categorie imposte da un concorso, da un formato, da una durata, da una modalità produttiva.  Sono stati  presentati un documentario a sfondo naturalistico come “Parco Lambro” di Federico Gariboldi, Francesco Martinazzo, Giulio Savorani e Martina Taccani, lavori sperimentali come “The Eternal Melancholy of the Same” di Teresa Masini o l’opera collettiva “Adagio Jean Jaurès” ,realizzata esclusivamente con fotografie, che riprende le ultime parole di Cristo. Ma anche “Guida al (lento/violento) lavoro” di Matteo Arcamona, ritratto di una generazione senza lavoro, correlati da una profonda riflessione sulla noia e la pigrizia, e “Le 5 Avril Je me tue” di Sergio Canneto che prende spunto dall’ultima frase scritta da Cesare Pavese.

Pier Paolo Pasolini insieme a Federico Fellini

Pier Paolo Pasolini insieme a Federico Fellini

Uno sguardo al passato con “Critofilm. Cinema che pensa il cinema” con la retrospettiva, a cura di Adriano Aprà, sui film sul cinema. Un “genere” che esiste fin dal cinema muto e che ha ripreso vita dagli anni Sessanta, a partire dalla famosa serie  francese “Cinéastes de notre temps”(1964) curata da Janine Bazin e André S. Labarthe. Ad accompagnare  la proiezione dei film  un e-book, il primo pubblicato dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, ed una tavola rotonda in cui è stato sottolineato come il critofilm non sia la storia della lavorazione di un processo creativo, ma la descrizione di un modo di vedere. Molte le opere presentate, tra cui “Il cinema di Pasolini (appunti per un critofilm)” realizzato nel 1966 da Maurizio Ponzi che nel  presentarlo alla Mostra di Pesaro ha sottolineato come si sia trattato di un’avventura  produttiva rocambolesca. Il  suo, che può essere considerato il primo critofilm italiano, è un  vero e proprio saggio di critica cinematografica, realizzato con gli stessi stilemi pasoliniani.
Sullo scrittore-regista friuliano, “Le ceneri di Pasolini” (1993) di Pasquale Misuraca, un efficace autoritratto di Pier Paolo Pasolini fortemente caratterizzato da un andamento e una strutturazione soggettiva, poetica. Ma sono state proiettate anche opere su Michelangelo Antonioni, Marco Ferreri, Luchino Visconti, Jean-Luc Godard, Carl Th. Dreyer, Orson Welles. E’ stato cosi possibile rivedere  opere che avevano analizzato il cinema di  Maestri importanti del cinema contemporaneo: di Antonioni, il documentario di André S. Labarthe “Antonioni. La dernière sequence” imperniato sul famoso piano-sequenza nel finale di “Professione: reporter”  e  l’omaggio di Gianfranco Mingozzi in “Michelangelo Antonioni, storia di un autore” attraverso la ricostruzione  della sua carriera dai documentari ai primi successi internazionali; di  Marco Ferreri l’Omaggio di Mario Canale in “Marco Ferreri, il regista che venne dal futuro” che sottolinea la sua capacità di prevedere gli scenari del domani.

I registi Michelangelo Antonioni e Marco Ferreri

I registi Michelangelo Antonioni e Marco Ferreri

Di Luchino Visconti , la settima puntata (“Il grande serraglio”) di un ciclo di otto puntate dedicato al suo cinema: è quella relativa  al produttore Goffredo Lombardo che guida gli spettatori alla scoperta del film “Il gattopardo” e del clima culturale nel quale egli prese forma. Il cinema di  Jean –Luc  Godard è emerso dal documentario di Oliver Bohler e Céline Gailleurd “Jean- Luc Godard, le désordre expose” realizzato in occasione di una Mostra nel 2006 al Centre Pompidou di Parigi , ma anche un documentario che nella stessa occasione ha realizzato proprio Jean-Luc Godard sul cinema di registi del passato(Rossellini, Bresson, Dreyer) e del presente (Verhoeven, Tarantino, Gitai). La carriera di Dreyer , sia come regista che come sceneggiatore, è ripercorsa in “Cart Th.Dreyer: my métier” di Torben Skjod Jensen   attraverso interviste e filmati d’epoca, così come quella degli ultimi anni  di Orson Welles è ripercorsa da Oja  Kodar, ultima compagna dell’attore-regista , e Vassili Silovic . Importanti anche le opere su Roberto Rossellini, Glauber Rocha, Jean Epstein e sul cinema sperimentale dell’inglese Stephen Dwoskin.
Interessante per la conoscenza del cinema corto, la rassegna non competitiva, curata da Pierpaolo Loffreda, dedicata ai cortometraggi italiani di cinema d’animazione : ha consentito di conoscere nuovi talenti del settore formatisi in Scuole di cinema e Corsi ed altri già conosciuti che hanno maturato una maggiore professionalità. Diversissimi tra loro per linguaggio, stili, tecniche di realizzazione, temi affrontati, essi hanno dato un’idea della vitalità, della creatività, innovazione e ricerca che questi autori sanno esprimere.
Ed omaggio della Mostra a Virgilio Villoresi( molto attivo nel campo della pubblicità e realizzatore della sigla e manifesto della Mostra di Pesaro)  che s’ispira al cinema sperimentale  dei grandi maestri.
Omaggio della Mostra al regista algerino Tariq Teguia: dai primi cortometraggi degli anni ’90 ai quattro lungometraggi realizzati a partire dal 2006. Si è cosi avuto  modo di approfondire un  autore che realizza un cinema conflittuale e politico in rivolta permanente tra cinema di ricerca e ricerca di cinema che trova riferimento in Jean-Luc Godard.  Ma anche al cinema russo attraverso “Sguardi femminili”, a cura di  Giulia Marcucci,  che continua a far conoscere e capire i fermenti culturali delle ultime generazioni.
libroUn evento speciale ha riguardato la proiezione del cortometraggio “Queen Kong” di Monica  Stambrini, facente parte del progetto “Le  ragazze del porno”, che segna, secondo i promotori, l’ingresso della creatività femminile nel cinema porno, finora dominato dalla presenza maschile; un’operazione, secondo la Stambrini che può dare vita a nuove forme di narrazione. Sarà tutto da verificare.
Ben più interessante invece l’Evento “Romanzo popolare. Narrazione, pubblico e storie del cinema italiano degli anni Duemila”, accompagnato da un volume delle edizioni Marsilio, a cura di Pedro Armocida e Laura Buffoni, che comprende numerosi saggi di esperti e studiosi: un libro da leggere. Per “Romanzo popolare” vi è stata la riproposta di alcune opere,  con lo scopo di mettere a confronto alcuni film  relativi ad alcuni “generi” del  cinema italiano.

Un’operazione, quella della Sezione e del volume, secondo il direttore artistico  della Mostra, che intende approfondire il cambiamento dello storytelling nel cinema italiano.
Ad arricchire La Mostra dandogli maggiore vitalità “La musica del Dopofestival” con appuntamenti a mezzanotte a Palazzo Gradari con concerti , con sonorizzazioni dal vivo, di capolavori  del cinema mondiale.

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1PREMI ED INIZIATIVE DEL “BIOGRAFILM FESTIVAL” 2016
di Paolo Micalizzi

Anche quest’anno il BiografilmFestival, diretto da Andrea  Romeo, che sempre più si conferma un autorevole organizzatore di Festival, ha dimostrato di essere una manifestazione ricca di proposte  che, a nostro avviso, merita sempre più maggiore attenzione da parte dei  cinefili e della Stampa.

Spazio al cinema digitale con opere di grandi Autori, come il film di Werner Herzog “Lo and Behold- Reveries of the Connetted world” in cui il Maestro indaga la relazione tra l’uomo e le nuove tecnologie, oppure “Zero Days” di Alex Gibney che racconta per la prima volta che uno Stato sovrano crea un virus informatico con l’esplicito scopo di usarlo come arma contro una nazione ostile. Rivelando cosi l’ora zero di un nuovo modo di fare guerra. Interessante anche “A good American” dell’austriaco Friedrich Moser, incentrato sul matematico Bill Binney, la “gola profonda” in grado di svelare le malefatte dei potenti dell’informazione ai danni della nostra privacy.

2E spazio alle Storie Italiane con il ritratto di alcuni protagonisti del cinema e della cultura italiana: lo scrittore e regista Luciano De Crescenzo, l’attore Remo Remotti, l’antifascista Leone Ginzburg, il fumettista e pittore Andrea Pazienza, il pittore e illustratore Riccardo Mannelli e lo scultore Germano Sartelli.

Omaggio con il “Celebration of lives Award” ad alcuni personaggi importanti del mondo del cinema, il regista Jaco Van Darmel che  di recente ha avuto grande successo con “Dio esiste e vive a Bruxelles”, l’attore Gael Garcia Bernal che ricordiamo nel ruolo di “Che” Guevara in “I diari della motocicletta”(2004) di Walter Salles  e come protagonista di  “La mala educaciòn”( 2004) di Pedro Almodovar,  ideatore oggi di uno dei Festival più importanti del mondo dedicati al cinema documentario: “Ambulante”, Festival messicano itinerante del documentario inteso come forza artistica ma anche come motore di cambiamento sociale che è diretto  da Elena Fortes.

Premiati col “Celebration of lives Award”: il regista Jaco Van Darmel e l’attore Gael Garcia Bernal

Premiati col “Celebration of lives Award”: il regista Jaco Van Darmel e l’attore Gael Garcia Bernal

Omaggio anche al distributore italiano Valerio De Paolis che con la BIM ha diffuso da anni il cinema indipendente e d’autore.

Valerio De Paolis riceve il Premio da Andrea Romeo, Direttore artistico del Biografilm Festival

Valerio De Paolis riceve il Premio da Andrea Romeo, Direttore artistico del Biografilm Festival

Nell’ambito del Concorso Internazionale la Giuria ha attribuito i seguenti riconoscimenti : Best film  Unipol Award  a “A Family Affair” di Tom Fassaert “ per il suo sguardo pungente nelle trame di una famiglia a pezzi. Uno sguardo che si sforza di comprendere senza pregiudizi le radici del  problema, lasciando più domande che risposte riguardo a una realtà che pare non avere facili soluzioni”; Life Tales Award a “Presenting Princess Shaw” di  Ido Haar perché si legge, tra l’altro nella motivazione,” siamo stati molto toccati dalla sua storia e dalla sua forte volontà, capace di trasmettere un’incredibile positività a chiunque lei incontri”. Il film è imperniato sulle vicende umane, rese difficili dalle nuove e artistiche tecnologie, della cantautrice americana Samantha Montgomery. La Giuria “Opera Prima” ha dato il Premio Hera “Nuovi Talenti” al film “Sonita” di Roklashsareh Ghaem Maghami perché “oltre alle straripanti emozioni che è stato in grado di darci, porta anche con sé una implacabile testimonianza, dando una possibilità in più di lottare contro l’oscurantismo”.
Una motivazione che auspica anche che il film “possa  contribuire all’emancipazione di tutte le donne oppresse nel mondo”. Il film, infatti, è incentrato su una giovane, che dall’Afghanistan approda alle periferie di Teheran,  il cui  sogno è  di diventare una rapper di successo ma trova sulla sua strada  ostacoli da parte della sua famiglia e delle leggi dello Stato in cui è andata a vivere. “Goodbye Darling, I’m off to Fight/ Ciao Amore, vado a combattere” di Simone Manetti  è l’opera vincitrice, con il  Best Film  Yoga Award, del “Biografilm Italia”. La Giuria lo ha premiato “ Per  la coerenza espressiva ed estetica con cui racconta il superamento di una sfida non solo sportiva ma anche umana, viaggiando al confine tra realtà e messa in scena di una donna attrice di se stessa”. La Giuria ha anche assegnato il Life Tales Award a “Ninna nanna prigioniera” di Rossella Schillaci “ per aver saputo fotografare con onestà e attenzione civile la condizione dei bambini forzati  al carcere, aiutando a far crescere l’urgenza di un cambiamento non più rinviabile”. Ancora premi con il Guerrilla Staff e Biografilm School che hanno dato  riconoscimenti all’opera di Antonio Martino “The Black Sheep”, all’attore Luca Marinelli(David di Donatello 2016)  e al produttore  Daniel Marquet, Presidente della Giuria “Opera Prima”. Un Premio speciale , per l’opera di pace e cultura, alla “Silk Road Ensamble”, protagonista anche di un film diretto da Morgan Neville che sottolinea come questo collettivo( del quale fanno parte Cristina Pato, artista della cornamusa  detta la “Jimi Hendrix” della Galizia e la cinese Wu man   che suona un bizzarro strumento chiamato “pipa”) porti avanti un Progetto che considera il potere universale della musica capace di unire i popoli oltre i limiti geografici: il film, dal titolo “The music of strangers: Yo-Yo ma and the silk road ensemble” è stato anche premiato con l’”Audience Award/Biografilm music”.
I  Premi del pubblico hanno  visto vincitore come miglior film del Concorso Internazionale “Il fiume ha sempre ragione” di Silvio Soldini, opera di sentimenti sugli artisti del confine italo-svizzero Albert Casiraghy e Josef Weiss che con mani esperte stampano piccoli e preziosi libri di poesie e aforismi. Si tratta di un ritratto poetico di un’antica tradizione artigianale che sopravvive al tempo e alla modernità dell’era digitale.

Dal film “Il fiume ha sempre ragione”

Dal film “Il fiume ha sempre ragione”

Nello stesso Concorso la Giuria ha attribuito poi l’”Audience Award/Biografilm Contemporary Lives a “Snow monkey” di George Gittoes, sui bambini che vendono gelati per le strade dell’Afghanistan;
Il “Biografilm Europa Audience Award  in collaborazione con Lufthansa” a “The student” di kirill Serebrennikov , film su un giovane che in piena crisi mistica vuole imporre ai compagni di scuola le sue convinzioni sull’educazione sessuale a scuola; l’”Audience Award/Biografilm Italia” a “See you in Texas” di Vito Palmieri, incentrato su una coppia che gestisce  una fattoria a Roncone, in provincia di Trento, colta tra ambizioni , compromessi e punti di rottura;l’”Audience Award/Biografilm Arte” a “Segantini ritorno alla natura” di Francesco Fei che ricostruisce la vita del pittore(interpretato da Filippo Timi) nei luoghi che le fecero da sfondo e ispirazione: borghi, valli e paesaggi alpini.
A conclusione del Festival, dopo l’assegnazione dei Premi del pubblico, vi è stata l’anteprima italiana del film “The space in between: Marina A bramovic  and Brazil” , opera su quest’eccentrica artistica seguita dal regista Marco Del Fiol in un suo viaggio nelle vibranti comunità religiose del Brasile per fare esperienza dei rituali sacri e svelare il suo processo.

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7Inserito nelle iniziative del Biografilm Festival 2016 il Bio To B/Doc & Biopic Business Meeting. In quest’ambito è stato presentato un Progetto relativo alla realizzazione di un documentario sull’alpinista e regista Mario Fantin. S’intitola  “il mondo in camera” e sarà diretto da Mauro Bartoli per le produzioni Apapaja e LabFilm che faranno partire dal 12 settembre una campagna crowdfunding sulla piattaforma “Produzioni Dal Basso”. Un autore cinematografico, Mario Fantin, che ha esordito come cineamatore del Cineclub Bologna con la realizzazione di opere in 8 e 16 millimetri. Il suo esordio avvenne nel 1951 con “Susanna” per proseguire poi con documentari in cui rivelava il suo interesse verso l’escursione e verso l’alpinismo. Significativi sono in tal senso “Nel gruppo del Bernina”, “All’ombra del Cervino”,”Sulla vetta del Monte Bianco”, ”Sui ghiacciai dell’Ortles”: tutti in 8 millimetri e realizzati nel 1951. Fra le opere successive, in cui si rileva il suo interesse verso la natura, figurano anche “Con ramponi e piccozze”(1953)  e “Figure e pietre del Pakistan”(1955). Poi Mario Fantin nel 1954 partecipa come fotografo- cineoperatore alla spedizione italiana alla conquista del K2 ,guidata da Ardito Desio, e dalla sua documentazione  raccolta insieme a quella di Achille Compagnoni nacque il film “Italia K2” di Marcello Baldi.

Entra cosi nel mondo del cinema professionale  nel quale realizza una cinquantina di film-documentari, frutto delle sue spedizioni in montagna, etnografiche e alpinistiche. Da sottolineare che tra i progetti presentati ben sette erano di produzione emiliano-romagnola, segno che  questo territorio offre una produzione indubbiamente valida e interessante.

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XXII SAN GIÒ VERONA VIDEO FESTIVAL
UN CINEMA DI RICERCA INDIPENDENTE IN MOSTRA
di Guido Zauli

La nascita o la scoperta (nell’era mediatica è la stessa cosa) di festival del cinema è confortante per un’arte di cui periodicamente ricorre l’annuncio funebre. Ovviamente non tutti ma, in questo prolificare di premi, c’è chi riesce a creare quello spazio non omologo e non dipendente favorevole alla creatività. Il San Giò Verona Video Festival, che s’identifica su queste due posizioni già da 22 anni, appartiene alla categoria delle scoperte perché comincia ad attrarre l’attenzione anche dei mezzi di comunicazione di massa almeno per certi aspetti che lo qualificano per il grande pubblico e per la critica: in questa edizione 2016 ha allargato il suo orizzonte visivo con la presenza in concorso di 36 nazioni, in rappresentanza di tutti i 5 continenti. Nelle sue giurie (corto, medio e lungometraggio) quest’anno si parlava inglese, spagnolo, russo, iraniano, oltre che italiano, da parte di vari “soggetti cinematografici” persuasi delle linee di valutazione date dal San Giò: giornalisti, registi-autori, poeti, sociologi, architetti, scrittori, storici e didatti, attori, direttori di accademie e festival, insieme a “spettatori partecipanti”, altrettanto qualificanti. Non è poco per un concorso relativamente giovane, ma ciò che più distingue questo festival, ideato, voluto, diretto con rabbia e passione da Ugo Brusaporco, ciò che lo rende unico al mondo (detto da chi bazzica per Mostre) è l’esclusiva attenzione rivolta a opere, autori, scuole di cinema che attraverso una ricerca di linguaggio, innovativo fino alla trasgressione, spingano la mdp dentro le realtà del mondo, le sue cronache e le sue storie, il suo futuro annunciato da un presente-passato, che accettino i generi, non come preconfezionati prodotti di consumo ma modalità e ambito d’indagine, che non conoscano autocensure, che ignorino anche i più subliminali compiacimenti spettacolari verso il pubblico (pagante). Questa è ovvio non è una linea facile anche per un festival: rischio di derive a parte, ignorare il mercato è ignorare il potere, non contare sui suoi mezzi, è fare assegnamento sulla passione, sul lavoro e sui contributi dei volontari, sulla lungimiranza delle amministrazioni politiche. Questo sta facendo il San Giò nell’aprire gratuitamente le sue visioni allo spettatore, al soggetto che ha superato la fase divertimento/consumo per quella di relazione. La Città di Verona, benché non abbia un assessorato alla cultura e pare non curi come meriterebbe un’istituzione come l’Arena, è comunque grata nella persona di Alberto Bozza, il quale come assessore allo sport e tempo libero ha potuto patrocinare il San Giò. Sono stati ammessi in concorso 73 corti e 13 fra medi e lungometraggi, la cui qualità, mediamente alta, ha posto le giurie davanti a scelte non facili, benché unanimi, in particolare per chi ha dovuto trovare la collocazione di 10 premi nel susseguirsi di brevi e brevissime storie. Fra i corti premiati ne ricordiamo due: “#YA”, di Ygor Gama e Florencia Rovlich, produzione Argentina/ Cile/ Germania, di 15’, e “Quenottes (Pearlies)” di Pascal Thiebaux e Gil Pinheiro, produzione Lussemburgo/Francia, di 12’ 35”. A “#YA” la giuria – composta da Cuini Amelio Ortiz (Berlino), Erica Rivas (Argentina) Elena Gladkova (Mosca), Asal Emami (Iran), Ida Travi (Verona), Owen Shapiro (Syracuse University), Nino Battaglia (Torino) Marco Ongaro (Verona) – ha assegnato il premio per la migliore regia. Si potrebbe collocare nel genere del docu-film poiché pare mostrarci una delle tante manifestazioni di piazza, proteste, guerriglie urbane ogni giorno ri-portate, usate, strumentalizzate dalle cronache televisive.

Dal corto “#YA”

Dal corto “#YA”

La mdp di Gama e della Rovlich invece ci conduce proprio dentro quelle atmosfere, acri, fumose, deflagrate, urlate, per raccontarci l’estetica di una realtà, di un’esperienza di lotta, di resistenza contro un regime di vita sempre più inaccettabile. Così il loro occhio ci fa vedere l’inaspettato: due giovani dimostranti si guardano, si incontrano, ballano fra un lacrimogeno e una molotov. Non è l’unica, ma anche questa è resistenza, ci dicono gli autori, contro l’assenza di valori. Al corto “Quenottes” (Dentini) il premio per la migliore fotografia. E’ un disegno animato che con forti tinte e contrasti notturni di luce racconta come le rassicuranti fantasie inculcate in un bambino possano diventare un incubo.

Il topolino-protagonista di “Quenottes”

Il topolino-protagonista di “Quenottes”

Riprende il mito del dentino di latte dove, però il topolino è un collezionista di denti affetto da disturbo ossessivo-compulsivo: se si perde un pezzo non esita a penetrare, nelle notti di luna piena, nel cavo orale del bambino o di suo padre per completare la raccolta. La mdp con veloci movimenti segue il topolino e fotografa, con effetti da cinema splatter, le bocche sanguinolenti. Fra i corti non premiati meriterebbero una menzione “Balanceakt” di Alexander Bergman (Germania 2016), e “Laboratorium”, un’animazione di Natalia Nguyen, (Polonia 2014). Il primo: un padre e un figlio che rischiano di perdersi per un attimo di disattenzione, per ricordarci che la vita ha sempre delle priorità. Tutti i sei minuti sono raccontati con un unico piano sequenza: un modo di guardare che accompagna la libera e non interrotta visione dello spettatore. Una piccola lezione su un cinema che non si pretende arrivi ai livelli di un’ “Arca russa”, ma che almeno ci risparmi isterici montaggi da videoclip pubblicitario. Il secondo, “Laboratorium”, antica storia del golem, del robot, della macchina che si ribella al suo costruttore, ci rimanda, come degno omaggio, a quel cinema d’animazione che fu oggetto di particolare ricerca nei paesi dell’est, anche perché quel genere non creava sospetti nella censura. La polacca Nguyen ha voluto dirigere tutte le fasi del suo lavoro: sceneggiatura, fotografia, montaggio, animazione, musica, suono, e produzione; una totale padronanza dei mezzi espressivi che dovrebbe appartenere all’opera autoriale come condizione di creatività, se il cinema è arte. La giuria dei lunghi – Abbas Gharib (Verona), Christine Fawcett-Shapiro (New York St.), Hector Navarrete (Berlino), Simone Villani (Verona), Sami Gharib (Verona), e il sottoscritto -, aveva quattro premi da attribuire. Quello per il miglior film è andato a “Une saison de mytilles et d’airelles” (Apollinaire a Stavelot), di Paolo Zagaglia, Belgio 2016.

Una significativa immagine dal film “Une saison de mytilles et d’airelles” (Apollinaire a Stavelot)

Una significativa immagine dal film “Une saison de mytilles et d’airelles” (Apollinaire a Stavelot)

La motivazione ne ha colto il senso poiché restituisce un episodio importante e a lungo dimenticato dalla miologia istituzionale di Guillame Apollinaire, mostrando come persino un conto non pagato e una fuga nei boschi rocambolesca, da comica degli anni ’10, si leghino alle origini del suo mondo poetico. Dunque le origini di una biografia, ma raccontata da chi, come Zagaglia, vede la vita attraverso la lentezza, la leggerezza e la profondità della poesia, ne indaga le motivazioni introspettive e retrospettive, di chi con umiltà riconosce che i meriti di un poeta appartengono ai casi della vita, come un debito e una delusione d’amore. Tutto ciò lo abbiamo letto nel film, come pure nella commozione, nel pianto di gratitudine con cui Zagaglia, figlio d’immigrati in Belgio e grande intellettuale, ha accolto il riconoscimento. Al docu-film “Lampedusa d’inverno”, di Jakob Brossmann (Austria/Italia/Svizzera 2015) si è riconosciuta, senza esitazioni, la migliore regia.

Dal film “Lampedusa d’inverno”

Dal film “Lampedusa d’inverno”

L’autore e la sua mdp si pongono a distanza dalle cose e le lasciano parlare. E’ tale distanza che fa di questo documentario una narrazione, che paradossalmente avvicina lo spettatore, lo fa entrare nelle problematiche di un’isola che non c’è, abbandonata dai poteri centrali, sola nella responsabilità morale di un’antica legge della marineria: l’accoglienza. Inevitabile il confronto con l’osannato “Fuocoammare”, ma Brossman non cede alla connivenza attoriale dei reali protagonisti, allo sguardo pietista sui volti dei rifugiati, non si commenta con persuasive sonorità, non evita le responsabilità del potere ma ne denuncia l’assenza ostile, ne sospetta l’intenzione di ridurre l’isola a uno scoglio inabitabile e inospitale. “E’ un film politico”, ha dichiarato, e forse per questo non è apparso nelle sale, a parte Locarno, Lampedusa e poche altre.    Il documentario “Partizani” di Eric Gobetti (Italia 2015) è stato premiato come migliore Opera Prima.

libroLo stesso Gobetti, presentandoci il suo esordio, si è dichiarato non regista ma storico. Il valore di quest’opera prima è infatti il ritrovamento, la valorizzazione, e la condivisione di un frammento (amatoriale e per questo privo di retorica) che documenta un episodio, volutamente ignorato, della II Guerra Mondiale sui Balcani: a Nikšić, in Montenegro, il 9 settembre 1943 i ventimila uomini della Brigata Garibaldi scelgono di unirsi all’Armata Jugoslava. Ai rari documenti di repertorio si alternano le interviste, preziose e toccanti, a chi visse quell’esperienza, ma è qui che la regia mostra le sue carenze. Il quarto premio, dedicato a Kiarostami (nuova istituzione del San Giò in memoria del regista persiano che poco prima della morte ha tenuto una serie di lezioni sul suo cinema proprio a Verona), è stato vinto da “Tras Nazarin” di Javer Espada, Spagna/Messico 2015. In questo è sottintesa l’assonanza con Abbas Kiarostami: raccontare un autore che attraverso la purezza dell’immagine, fotografica e pittorica, assume il cinema nella categoria dell’arte, non fine a se stessa ma come veicolo di ricerca fra realtà e immaginazione. “Tras Nazarin” è un viaggio: nella poetica di Bunũel attraverso le parole dei testimoni, i luoghi, e i volti (Francisco Rabal in particolare) delle sue storie messicane. Il San Giò si è chiuso con un omaggio alla presidente dei corti, l’attrice argentina Erica Rivas. Ne “La donna” di Nicolás Dolensky (Argentina 2014 / 14’) abbiamo ri-conosciuto, ma questa volta a tutto schermo, la luce, le ombre, il riso e l’ironia del viso della Rivas.

Un’immagine del film “La donna”

Un’immagine del film “La donna”

Un volto onnipresente e un titolo che possono rimandare a “La femme marriée” (ma poi censurato in “Une femme marriée”) come visione totale della donna. Ma la situazione è diversa da quella godardiana in quanto siamo in un menage a tre che inizia come gioco dei ruoli e dell’identità, cui è chiamato anche lo spettatore. Dolensky si è soffermato sui primi piani di lei (bravissima), del marito e dell’amico, su sguardi e silenzi seducenti, in una notte di fumo e alcool, e baci attesi, poi conclusasi nel silenzio, quando tutto ormai è detto, in un vuoto esistenziale amplificato da sonorità esterne, quelle della pioggia e dei tuoni. Poi curiosamente fu come se quei suoni si fossero estesi all’esterno della nostra sala (un’antica chiesa sconsacrata) in una strana simbiosi fra realismo e visione. La pioggia e i tuoni si fecero più insistenti, l’acqua penetrò attraverso le porte; ai titoli di coda ci coprì le scarpe. Un nubifragio stava allagando Verona.

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OCCHIO CRITICO

THE WITCH E ESCOBAR, DUE OPERE PRIME
TRA STREGHE E NARCOTRAFFICANTI
di Marco Incerti Zambelli

Il finire dell’estate, stagione solitamente piuttosto avara in tema di proposte cinematografiche, ci regala due opere prime di sicuro interesse: “The witch”, che, dopo essere stato premiato al Sundance film festival nel gennaio del 2015, ha atteso un anno per essere distribuito nelle sale statunitensi, dove è stato un notevole successo di incassi e di critica ed “Escobar” già presentato al Festival Internazionale del cinema di Roma nel 2014, dove ha vinto il premio come miglior opera prima e solo ora trova una distribuzione nelle sale, forse sull’onda della serie proposta da Netlix “The witch” (“A new England folktale” il sottotitolo originale), il felice debutto cinematografico di Robert Eggers, non può essere classificato semplicemente come film horror. Ambientato all’inizio di un freddo inverno dei primi del 1600 racconta di una famiglia di ferventi puritani da poco sbarcati in America che vengono banditi dalla pur religiosissima comunità di appartenenza, accusati di radicalismo. Nella modesta fattoria costruita sul limitare di un metafisico bosco, mentre il raccolto va a male e la caccia è infruttuosa, il padre continua a tagliare inanemente cumuli di legna, la madre partorisce un figlio, la figlia maggiore è un’adolescente alla soglie della giovinezza (una perfetta Anya Taylor-Joy) la cui leggiadra bellezza turba il fratello di poco minore, i due piccoli gemelli, dalle fattezze ed abbigliamento inquietanti, come due piccoli gnomi, scorrazzano cantando misteriose filastrocche.

Dal film “The Witch”

Dal film “The Witch”

Quando il neonato misteriosamente scompare tra le braccia della ragazza, la ferrea fede che teneva insieme la famiglia comincia ad incrinarsi, emergono superstizioni e paure, il Maligno pare affacciarsi sotto forma di strega, di caprone, di coniglio. E, lentamente, tutto precipita, i rapporti familiari si sfaldano fino a rovesciarsi nell’odio e nella morte. Il severo fondamentalismo, dolorosamente intriso dal senso del peccato immanente e della morte come inevitabile condanna senza redenzione, sul quale tuttavia si fondava l’utopia di un nuovo mondo, tragicamente si scioglie in grumo di incertezze, di paure, di follia, fino all’annullarsi di fede e ragione nel liberatorio sorriso finale di Thomasin.
L’accurato lavoro di ricerca dell’autore, durato quattro anni, sul materiale folklorico e fiabesco coevo, ma anche sulle condizioni reali della nascita dell’America, ha portato alla scrittura di una sceneggiatura ad un tempo lineare ed enigmatica, che invita, grazie ad una fertile ambiguità, lo spettatore ad interrogarsi continuamente sulla verità delle vicende narrate, proponendo una stratificazione di chiavi di lettura del tutto coinvolgente. Una messa in scena di attenta ricostruzione storica, dal sapore di documentario etnologico (i materiali di costruzione della fattoria , gli arredi, i vestiti sono rigorosamente fedeli a quelli d’epoca, il linguaggio utilizzato è tratto da resoconti di quegli anni, un’inglese arcaico che si perde nel doppiaggio italiano) si accompagna ad una dimensione fantastica, misteriosa , inquietante, sempre sfuggente (gli accadimenti possono essere interpretati come effettivi eventi soprannaturali ma anche soggettive suggestioni dei protagonisti, forse indotti dalla azione della segale cornuta, che pare infestare il raccolto). L’eccellente fotografia di Jarin Blaschke è contrassegnata da colori desaturati negli esterni, nei quali la luce del sole è sempre filtrata dalle nuvole, e dal calore delle candele e delle torce negli interni, a conferire una preziosa dimensione pittorica ad un film che sorprende e convince.
Se “The witch” non è propriamente un film sull’occulto, “Escobar” (“Paradise lost” in originale) non è un biopic del padrone della droga colombiano. Andrea Di Stefano, attore che ha lavorato, tra gli altri, con Marco Bellocchio, Dario Argento e Julian Schnabel, debutta come regista, autore anche della sceneggiatura con Francesca Marciano, con un opera che sceglie di raccontarci il boss del narcotraffico dal punto di vista di Nick, un ingenuo surfer canadese, sceso in Colombia con il fratello e la di lui famiglia alla ricerca, appunto, di un paradiso perduto. Ed un vero e proprio Eden diventa la spiaggia sudamericana quando intreccia una storia d’amore con una bellissima ragazza del luogo, che, però, è la nipote preferita di Pablo Escobar. Il coinvolgimento di Nick nelle trame del potente e spietato capo è inesorabile e lo trascinerà in un drammatico destino.

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Di Stefano dichiara di avere avuto come riferimento, nel tratteggiare la figura del capobanda, il gigantesco Marlon Brando de “Il Padrino” e di “Apocalypse Now”, e l’imponente Benicio del Toro si rivela una scelta perfetta. L’attore portiricano interpreta magistralmente l’ambigua figura del personaggio ‘più amato ed odiato del suo paese’, il suo intreccio di populismo e crudeltà, semplicità e ostentazione, amore per la famiglia (strepitosa le sequenza in cui canta in spagnolo ‘Dio come ti amo’) e spietato cinismo, tanto da fare un poco rimpiangere che la vicenda si sviluppi soprattutto intorno alle vicende del giovane nordamericano, interpretato senza infamia e senza lode da Jus Hutcherson, reduce da Hunger Games.
Se il lungo flashback iniziale ricostruisce la vicenda sentimentale di Nick e Maria, il ritmo si impenna nella seconda parte, che assume le cadenze di un thriller adrenalinico, che il regista sa governare con sicurezza e mestiere non comuni per un opera prima, il montaggio si fa serrato, la macchina da presa, mobilissima, tallona i protagonisti, ne esplora volti e sguardi, le calde tonalità si stemperano in più cupe visioni. Un esordio decisamente interessante, contrassegnato anche da possibilità produttive inconsuete per un debuttante, che fa guardare con interesse al prossimo lavoro del attore/regista italiano.

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UN PADRE, UNA FIGLIA (Bacalaureat)
di Tullio Masoni

In una piccola città rumena della Transilvania vive con la famiglia Romeo, un medico quasi cinquantenne. E’ un uomo in crisi per la deriva del suo matrimonio e lo sfascio di un paese che, dopo l’abbattimento della dittatura di Ceausescu, non ha mantenuto ideali e promesse. Gli resta come unica speranza la figlia Eliza, in procinto di diplomarsi con una media molto alta; se l’esame confermerà i voti dell’ammissione la prospettiva per lei sarà frequentare l’università in un prestigioso college inglese. Il giorno precedente la prova, però, la ragazza viene aggredita; lo shock danneggia l’esame e mette in dubbio la possibilità del trasferimento. Pur di assicurare a Eliza la realizzazione del progetto, Romeo si dispone a tradire ogni principio già irrinunciabile e ogni seria critica verso la società in cui vive.
Cristian Mungiu è un autore ben radicato nella propria terra e si è sempre distinto per la cruda profondità con cui ha guardato ai suoi mali. Ciò senza sacrificare alla denuncia (o all’amara constatazione) la ricerca di stile e un alto valore di ambiguità; basti ricordare il precedente “Oltre le colline”, dove la persistenza di usi arcaici non faceva smarrire la consapevolezza dell’oggi.

I due protagonisti del film “Un padre, una figlia”

I due protagonisti del film “Un padre, una figlia”

Talvolta sincero fino alla sgradevolezza, Mungiu si fa quindi testimone di uno squallore culturale e morale che, mutatis mutandis, è riconoscibile in molti paesi dell’est europeo, con la loro classe di arricchiti, la xenofobia, la subalternità miserabile ai modelli del più cinico liberismo. In questo, credo, stanno la sua forza e la sua coerenza.
Bacalaureat si distingue da “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” (del 2007) e dal già ricordato “Oltre le colline” (2012) per un’apparente attenuazione dei toni drammatici, cioè per un senso di normalità: non più i lividi umori e l’atroce solitudine di una donna che deve compiere una scelta di violenza, né la ritualità “medioevale” (superstiziosa, o a suo modo davvero terapeutica?) ancora viva nei villaggi lontani dalla città, ma i luoghi di una classe media tutta funzionale al sostegno di un potere corrotto.
Ma l’attenuazione drammatica, dicevo poco sopra, è solo apparente, di superficie, momentanea; una cieca e sorda brutalità, infatti, minaccia il vivere quotidiano alludendo a comportamenti diffusi. Come in “Oltre le colline” bastava uno spruzzo di fango sul parabrezza per esprimere dolore “moderno” ( ma generale) e ripulsa, in “Bacalaureat” siamo colti, alla pari dei personaggi sullo schermo, da angoscianti sorprese. Vale a proposito quanto ha osservato Lorenzo Rossi in Cineforum.it nel maggio scorso: «…La mdp, posta dentro l’auto del protagonista inquadra l’esterno attraverso un finestrino. Pochi istanti dopo un sasso infrange il vetro che, disintegrandosi resta tuttavia attaccato al montante della portiera. La camera non si sposta, l’auto nemmeno, l’unica cosa che cambia è l’oggetto del nostro sguardo, ciò che prima osservavamo (il mondo all’esterno dell’auto) e che ci sembrava nitido ora è increspato, opalescente, invisibile. Come se a rompersi non fosse il finestrino, e nemmeno l’obiettivo della mdp o lo schermo del cinema. Ma il nostro stesso occhio.».

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AH, SUDAMERICA, SUDAMERICA!:
“EL ABRAZO DE LA SERPIENTE” DI CIRO GUERRA;
“IL CLAN” DI PABLO TRAPERO
di Paolo Vecchi

“El abrazo de la serpiente” è l’opera terza di Ciro Guerra, con la quale il trentacinquenne regista colombiano ha vinto un premio alla Quinzaine di Cannes 2015 ed è stato candidato all’Oscar. Fotografato da David Gallega in un magnifico bianco e nero che solo per pochi minuti lascia spazio al colore, possiede una struttura complessa in cui storie parallele si alternano quasi compenetrandosi. Il film si basa sui diari di due antropologi, il tedesco Theodor Koch-Gruenberg (1872 – 1924) e l’americano Richard Evans Schultes (1915 – 2001). Il lasso di tempo che copre è quello dello sfruttamento peruano e poi colombiano della foresta pluviale, e parallelamente del’evangelizzazione spagnola e in seguito portoghese degli indios. Di entrambi vengono mostrati gli effetti, dalle orrende mutilazioni inferte al guardiano della piantagione di caucciù all’assalto al villaggio come momento di un vero e proprio genocidio, dai metodi sbrigativi del frate nei confronti dei ragazzi da convertire fino al delirio pseudomistico di un guru che si atteggia a Gesù. Ma lo sfondo storico e la sua lettura in chiave politico – ecologica sono solo alcuni degli aspetti di “El abrazo de la serpiente”. Guerra sembra prima di tutto interessato a mostrare dal di dentro la cultura india, assumendo di conseguenza il punto di vista dello sciamano Karamakate. Il quale sa come usare a fini terapeutici le piante ma possiede anche una sua coerente visione del mondo, dalla cosmogonìa che vede la genesi dell’uomo affidata all’anaconda all’idea di un doppio fantasmatico, che chiama chullachaqui, posseduto da ciascuno. La sua apparente irrazionalità viene mano a mano avvertita come saggezza di fronte alla pretesa scientificità dei due bianchi.

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Ma il film è soprattutto un poema di solenne respiro epico sulla foresta e i fiumi profondi che la attraversano, sul fascino e le paure del suo sconfinato mistero. Non nasconde i suoi debiti, con la letteratura (Arguedas), la fotografia (Salgado) e, ovviamente, il cinema, ambito nel quale si potrebbero fare molti nomi, dai padri nobili del documentario antropologico alle fiction di analoga ambientazione, anche se in tutta evidenza è Herzog ad apparire come suo nume tutelare, del quale ricorda sia la follia di “Aguirre” che l’impresa titanica di “Fitzcarraldo”. Sposando un punto di vista opposto ma simmetrico rispetto al geniale regista tedesco, Guerra condivide con lui l’uso della musica, coerentemente con un film dedicato alla memoria dei popoli di cui non conosceremo mai il canto, trascorrendo da effetti elettronici all’incipit orchestrale della Creazione di Haydn.
Vola più basso “Il Clan”, ottavo lungometraggio di Pablo Trapero, Leone d’Argento a Venezia 2015. Anch’esso tuttavia parte da un evento reale, il cosiddetto affare Puccio, che interessò le cronache argentine tra il 1983 e il 1985. Arquimedes Puccio, attivo negli squadroni della morte durante il regime dei colonnelli, si mise in proprio al suo declinare organizzando sequestri di persona a scopo di estorsione conclusi quasi sempre con la morte del rapito, contando sull’indulgenza di apparati che ben conosceva.

La famiglia del film “Il Clan”

La famiglia del film “Il Clan”

Anche qui si guarda a un modello definito, Martin Scorsese, nella costruzione di un violentissimo action movie scandito da canzoni coeve (Kinks, Creedence, Virus…). E’ questo l’aspetto più convincente del film, assieme alla normalità familiare del gruppo che compie i crimini più atroci e all’interno del quale si perpetua la logica di sopraffazione vigente all’esterno (si veda in particolare il rapporto tra Arquimedes e il figlio Alejandro). Funzionano meno l’aggancio con la storia e la politica, demandato un po’ schematicamente a discorsi televisivi di Videla e Alfonsìn, e i continui salti cronologici nella narrazione. E modesta pur nella sua indubbia efficacia spettacolare è la regìa, con cadute imperdonabili come il montaggio parallelo tra l’amplesso in auto di Alejandro e la fidanzata e le torture inflitte a un sequestrato. Alla fine, quella che di “Il Clan” rimane soprattutto impressa nella memoria dello spettatore è l’interpretazione di Guillermo Francella, un comico televisivo calatosi impeccabilmente nel gelido aplomb del diabolico Arquimedes.

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DOCUMENTARI E DOCUMENTARISTI

“MADRI” DI BARBARA CUPISTI
di Paola Dei

Pochi giorni fa in TV hanno trasmesso il volto e gli occhi di Paola Defendi, madre di Giulio Reggeni, ventottenne friulano assurdamente morto e ancora più assurdamente torturato. Partito per l’Egitto per approfondire i suoi studi sulla politica sindacale e sulle modalità del loro lavoro è scomparso nel gennaio 2016 per motivi ancora sconosciuti, e ritrovato in condizioni che lo hanno reso quasi irriconoscibile agli stessi genitori. Probabilmente un errore ci dicono i media, una delle tante follie che l’essere umano è capace di compiere in nome di chissà quali ideali o timori. Quando la madre parla con il suo racconto per immagini dai toni quasi horror, tornano alla mente gli occhi di altre madri presentateci con un documentario di Barbara Cupisti, proiettato nel 2007 alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nella Sezione Orizzonti, con il titolo “Madri”. Un titolo secco, asciutto, che già in sé ha insiti significati profondi che sovrappongono archetipi e vissuti presenti in ogni cultura. 90 minuti di storia raccontati senza pruderie che hanno valso alla Cupisti il David di Donatello per il miglior documentario dell’anno
Ogni Madre è la Madre di Dio e ogni Madre di Israele rivive il dramma per la morte del figlio e con lei il dolore universale di ogni Madre che rivive il dramma di Maria.
“L’idea era proprio quella di fare un backstage proprio su questo aspetto che accumuna le madri di Israele a Maria, la Madre per antonomasia”. É stata la stessa Barbara Cupisti ad esprimerci questo suo pensiero durante la Conferenza Stampa in sede di Mostra.
Il documentario è un lavoro che dura un’ora e mezza e, come ci rivelò la regista, fu girato con ogni difficoltà possibile e immaginabile sia in Palestina che in Israele e che comportò anche l’arresto di un operatore palestinese della stessa Cupisti presso un Check Point di frontiera.
Prodotto da Rai Cinema il documentario elimina le differenze di un confitto lungo anni ed accomuna le sofferenze di donne-madri con racconti struggenti e densi di pietàs.
Gli occhi di una madre che ha perso un figlio si riconoscono sempre, sono velati di quella composta e dignitosa percezione della tragedia che si esprime in un grido infinito e senza voce.
Ognuna di loro viene intervistata senza intromissioni o forzature che potrebbero calcare la mano ai loro vissuti e da ciascuna emerge l’essenza del proprio dolore con tutto ciò che le differenzia ma anche e soprattutto con tutto ciò che le unisce. I primi piani dei loro volti restano incisi nella memoria e si sovrappongono e giustappongono eppure sono donne tutte diverse fra di loro, scelte fra religiose praticanti e atee convinte, tutte con un unico desiderio; la fine delle stragi che falciano vite innocenti che spesso si erano semplicemente recati al bar a bere un caffè.

1Nel film non ci sono messaggi politici o ideologici sottesi, ma un grande affresco corale che ci fa divenire parti attive nella comprensione di ingiustizie che nulla hanno a che vedere con le leggi naturali in base alle quali sono i genitori che lasciano questa terra prima dei figli.
Uno degli attributi più vibranti in queste donne-madri è l’archetipo di una delle sette dee che sovrastano la psyche femminile, quello di Demetra, quella che più di ogni altra è caratterizzata dalla perseveranza che rimane intatta e pura nelle immagini proposteci dalla cineasta. Nessuna di loro si rassegna e pur accettando il vissuto doloroso, lottano per migliorare le cose, ciascuna a suo modo, così come fecero le madri argentine dei desaparecidos rapiti dalla Polizia di Stato che furono denominate: “Madres de la Plaza de Mayo”. Tenacia, pazienza, coraggio, le armi più potenti grazie alle quali queste madri hanno fondato il Parents Circle, istituzione creata dai genitori delle vittime israeliano-palestinesi al fine di stimolare azioni di pace fra le due parti.
Una delle madri si chiede se sia giusto che le due storie di Israeliani e Palestinesi siano raccontate insieme, sostiene che mettere accanto vittime e carnefici forse non ha un senso, ma sulla ragione prevale poi la volontà di cambiare la realtà e svaniscono le differenze.
Ecco allora la mamma di Malki, ragazza quindicenne vittima di un kamikaze alla Pizzeria Sbarro di Gerusalemme nel 2002 e quella di Izz, il ragazzo ventunenne di Jenin autore dell’attentato.
Una delle madri per sopire il dolore ha iniziato a scolpire ciò che il pensiero e tantomeno le parole riuscirebbero ad esprimere, le sue opere sono tentativi di autocura: “Penso di urlare senza voce attraverso l’argilla delle mie sculture!”
“La guerra non ha altro fine che se stessa” ebbe a dire Caillois, è insieme simbolo e segreto, conquista e vittoria, perdita e morte, sfogo all’aggressività e fenomeno generato dal pregiudizio e purtroppo rappresenta anch’essa un archetipo.
Thanatos ed Eros si presentano nella loro accezione più ampia di amore filiale rivolgendosi alla coscienza collettiva per trasformare il sacrificio: thanatos in compassione: eros, che coinvolgerà anche lo spettatore per un processo di osmosi. Voci senza voce, corpi senza corpo ed eroi silenziosi nei quali il cippo diviene l’abitacolo della morte, ma dove lo spirito sopravvive nel ricordo di queste Madri che divengono lampade la cui fiamma è tenuta accesa proprio da Eros, l’amore.

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IL SALE DELLA TERRA

PROTEGGICI DAL MALE…E DALLA STUPIDITÀ E DALL’AVIDITÀ CHE NE SONO LA CAUSA
di Marcello Cella

1Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore,
freddo nel sole
e non bastan le parole.

Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato.
Se non ci sono stato,
se non sono tornato.

(…)

In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell’amore.

Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.

Vinicio Capossela, “Ovunque proteggi”

 

Come raccontare il dolore, la sofferenza umana senza essere retorici e senza cadere nella denuncia, magari anche giusta e motivata, ma fredda e spesso astratta? Chi fa documentari a carattere sociale conosce questa domanda e sicuramente al momento di realizzare il proprio lavoro trova anche una risposta possibile. Ma è una domanda terribilmente difficile a cui rispondere. Anche chi scrive, nel suo piccolo, a volte ha dovuto porsi questa domanda. In qualche caso ha deciso di procedere cercando di mantenere una posizione di assoluto rispetto della dignità delle persone e del racconto. A volte ha preferito, anche se a malincuore, rinunciare. Il bel cortometraggio del regista Massimo Bondielli, “Ovunque proteggi”, che prende il titolo da una famosa canzone di Vinicio Capossela e racconta la strage della stazione di Viareggio del 29 giugno 2009 in cui morirono 32 persone bruciate vive a causa del deragliamento di un treno merci in transito e della fuoriuscita di gas da una cisterna contenente GPL perforatasi nell’urto, a suo modo risponde alla domanda iniziale.

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Bondielli sceglie un percorso che non è solo di documentazione dell’ennesimo disastro italiano, dell’ennesima “strage che dimostra in maniera tragica lo sfascio, l’incuria e l’arroganza di chi governa”, come affermò a suo tempo il viareggino doc Mario Monicelli, a ridosso degli avvenimenti, ma la storia di una resistenza, di una forma di resurrezione dal dolore, di un “istinto disumano di sopravvivenza”. Un uomo corre lungo un viale, ai giardinetti, mentre intorno a lui la vita scorre come sempre, i passanti, i commercianti che ordinano la merce. Scene di vita quotidiana, come tante. Poi l’uomo si ferma. E’ stanco. Rifiata. E il ricordo lo colpisce come l’esplosione di una bomba. La tenue tela autunnale dell’uomo che corre lungo il viale attraversato da un pallido sole autunnale viene squarciata dalla violenza brutale della cronaca dei fatti, dalla vera esplosione di un vagone merci caricato a GPL che mette a ferro e fuoco un intero quartiere di una tranquilla e un po’ noiosa cittadina di mare, come se improvvisamente venisse trasformata in una qualsiasi cittadina del Medio Oriente dilaniata da una guerra lontana. Come se fosse Aleppo. L’uomo è Marco Piagentini e nella strage perse la moglie Stefania, 39 anni, e due figli, Luca e Lorenzo, di 4 e 2 anni. E’ uno dei due protagonisti del documentario, insieme a Daniela Rombi che, dopo 41 giorni di agonia, vide morire per le ustioni anche Emanuela, la figlia di 21 anni. Il cortometraggio, sceneggiato insieme a Luigi Martella e prodotto dalla Caravanserraglio Film Factory, è stato premiato recentemente al Global Short Film Festival di New York. “Ovunque proteggi” è un esempio raro di equilibrio e sensibilità, frutto di un lungo lavoro a stretto contatto con i familiari delle vittime (10 mesi) e dove la denuncia emotiva delle malefatte del potere (che pure ci sono e grandissime) o la retorica dei sentimenti non è di casa. Lo spiegano bene gli autori nel filmato extra contenuto nel dvd su una bella e commovente manifestazione dello scorso anno a Viareggio, seguendo il filo delle riflessioni su alcune parole chiave come “ricordare”, “dimenticare”, “compatire”, “condividere”. “Ricordare contiene la parola latina “cuore” e significa rivivere un evento con il cuore, con affetto, con amore. Dimenticare contiene la parola “mente” e vuol dire togliere, rimuovere dalla mente qualcosa, un avvenimento, una persona, come un fastidio. Compassione contiene la parola “patire” e vuol dire “patire con”, provare gli stessi sentimenti, sia di sofferenza che di gioia, o di speranza con qualcuno. Condividere vuol dire “dividere con”. Dividere il peso con qualcuno vuol dire sentirlo meno insopportabile, condividere un dolore significa non sentirsi soli, vuol dire sentire che qualcuno ti vuole essere vicino e ti vuole aiutare a portare con te una parte del tuo peso”. In attesa dell’annunciato lungometraggio che si svilupperà da questo progetto cerchiamo questo piccolo gioiello di dolore e di resurrezione e condividiamone la sofferenza emotiva, senza però dimenticare di aggiungere anche qualche doverosa riflessione sullo stato etico comatoso del paese in cui viviamo e che produce tragedie come quella di Viareggio.

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“Ovunque proteggi”
Regia: Massimo Bondielli
Interpreti: Livio Bernardini, Daniela Rombi, Marco Piagentini, Walter Ubaldi
Aiuto regista: Luigi Martella
Sceneggiatura: Massimo Bondielli, Luigi Martella
Suono: Gian Luca Cavallini
Musica: Egildo Simeone
Fotografia: Matteo castelli
Produzione: Caravanserraglio Film Factory
Durata; 12′
Italia, 2015,

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NEO-CINEMA a cura di Elio Girlanda

 

Il ritorno del Super 8
di Elio Girlanda

Qualche anno fa, al Festival di Pesaro, apostrofai con toni ironici, quanto presuntuosi, un collettivo di giovani parigine che presentavano la loro produzione in Super8, chiedendo loro le motivazioni di quel revival nelle giovani generazioni. La Kodak americana aveva appena chiuso definitivamente la produzione della pellicola, con sviluppo e stampa, compresi i formati ridotti, che quelle ragazze, invece di impegnarsi nei nuovi territori del digitale, si ostinavano a far ripartire qualche laboratorio di periferia e a voler realizzare piccoli film in un formato, ormai superato dalla Storia. Quelle ragazze non risposero alle mie domande, se non invocando la libertà creatrice dei filmmaker.
Oggi, in piena epoca digitale, il ritorno del Super8 è diventato un fenomeno importante, soprattutto dopo l’anno in cui c’è stato il cinquantenario. E mi riferisco solo all’Italia, ma non solo a quei film commerciali che inseriscono al loro interno filmati in Super8. La notizia è che la Kodak da settembre, per festeggiare i cinquant’anni della cinepresa Super8, nata nel 1965 e mandata in pensione nel 1982 dall’avvento delle videocassette, ha lanciato un nuovo modello dal gusto rétro che sposa il calore dei vecchi filmini amatoriali con la nuova tecnologia digitale. La nuova Super8, cinepresa a pellicola 8 mm di Kodak, disegnata da Yves Béhar, ferma le immagini su pellicola che, una volta sviluppata, si potrà proiettare come un tempo, ma sarà anche scannerizzata per una visione digitale su pc o tv. La cinepresa (con mirino digitale) costa dai 400 ai 750 dollari ed è in edizione limitata, ma nel 2017 uscirà un modello più economico per il grande pubblico.

Super8 LCD Black

Super8 LCD Black

Ancora il Festival del Nuovo Cinema di Pesaro, proprio nell’edizione di quest’anno, ha dedicato una sezione, attiva da qualche anno, Super 8, ovvero un focus sulle opere realizzate nello storico formato da due autori: Giuseppe Baresi e John Porter. Stavolta a rispondere sul “perché” sono i curatori della sezione, Karianne Fiorini e Gianmarco Torri, in un’intervista per la rivista online “Artribune” (5 luglio 2016).
«La scelta di concentrarsi su filmmaker che usano come mezzo di espressione il formato substandard Super 8 nasce dal desiderio di mostrare la vitalità e la vivacità di un formato obsoleto, di un mondo artistico-cinematografico ai margini, che rifiuta le logiche di un sistema produttivo classico e che si ostina a usare un medium nato essenzialmente per il cinema amatoriale a metà degli Anni Sessanta. Il confine sottile tra professionalità e amatorialità, tra riflessione e istinto, tra arte e artigianato è uno degli aspetti che ci interessa esplorare. Oltre all’aspetto performativo che caratterizza questo tipo di cinema: la proiezione in sala come evento unico, irripetibile, determinato dalla partecipazione e coinvolgimento diretto del filmmaker».

Da un’opera di Giuseppe Baresi presentata alla Mostra di Pesaro

Da un’opera di Giuseppe Baresi presentata alla Mostra di Pesaro

Quindi le novità riguardano, da una parte, la riscoperta, anche industriale, di un formato extra-industriale, oggetto di un movimento internazionale fatto di gruppi collettivi di produzione, sviluppo e distribuzione, con festival dedicati e rassegne d’autore, e, dall’altra, l’affermazione di una caratteristica dell’arte e del cinema contemporanei: l’aspetto performativo ovvero l’evento unico e provvisorio, quanto autoriale e coinvolgente. La parola ancora ai curatori di Pesaro: “Un aspetto performativo è già nell’utilizzo del proiettore a vista. Questa scelta produce un particolare rapporto col pubblico, che ormai è abituato a un’immagine immateriale, che si forma non si sa dove. In questo caso i filmmaker, tutti quelli presentati, sono loro stessi i proiezionisti, considerano questo gesto parte integrante del fatto di mostrare la loro opera, di relazionarsi con i film, con la sala e con il pubblico. Il loro corpo, le loro capacità, le loro esitazioni o i loro errori diventano parte di un processo che vediamo all’opera. Poi c’è un aspetto performativo che molto spesso è dettato dalla necessità di aggiungere una colonna sonora a queste pellicole che in origine sono mute. A seconda della poetica degli autori, alcuni preferiscono affidarsi al ritmo puro dell’immagine e del montaggio in macchina (Helga Fanderl, Jaap Pieters e Philippe Cote), altri pensano a forme di sonorizzazione dal vivo, come l’anno scorso per alcuni film di Giulia Vallicelli e Livio Colombo. Poi c’è la parola o la recitazione vera e propria, come nel caso quest’anno di John Porter”.
In effetti, il carattere vintage che si offre con la pellicola Super8 e le sue attrezzature è solo un elemento superficiale, comune peraltro all’analogico. Interessanti, invece, risultano il diverso tipo di rapporto cinema-mondo (più intimo, personale, diretto) e il ritorno a una materialità fisica, una gestualità, che sembravano scomparse con il virtuale. Emergono nuove potenzialità, creative ed estetiche, diverse da quelle offerte dal digitale, ancora tutte da esplorare. Varie sono poi le iniziative presenti anche in Italia.

Un’immagine tratta da un film di John Porter presentato alla Mostra di Pesaro

Un’immagine tratta da un film di John Porter presentato alla Mostra di Pesaro

A Milano, il festival intermediale “Analogica” presenta tra settembre e ottobre una selezione di pellicole Super8/16mm, di scatti fotografici analogici e camera oscura e di DJ sets analogici (vinile e/o audiocassette) e musica live con strumenti elettronici analogici. È un Festival di “resistenza”, come spiega la loro presentazione: “Un’occasione per avvicinarsi alla tecnologia analogica, che sia super8, fotografia o suono, per scoprire nuove (vecchie) forme di sperimentazione e riutilizzare materiali non controllabili, che resistono all’avvento standardizzato del digitale. Vuole anche essere un punto di incontro e di amplificazione per tutto ciò che c’è ancora di analogico nell’aria, che siano festival, eventi o progetti”. Sempre a Milano, un’associazione di promozione sociale che si occupa di autoriparazione di bici, “Unza!”, ha anche un laboratorio di “microcelluloide” ovvero “un laboratorio di cinema in super8 autoproduzione – autosviluppo – automontaggio di film in super8: teoria e pratica della cinepresa Super8, del trovarobato, fucina di idee per progetti collettivi proiezioni da vera macchina lampeggiante e ronzante con o senza opzione di dibattito obbligatorio”. L’associazione milanese, che da anni organizza anche workshop di formazione sul Super8 in giro per l’Italia, sta aprendo un laboratorio condiviso. È la testimonianza dell’esistenza di una rete, nazionale e transnazionale, di scambi, occasioni e iniziative comuni. Anche di approfondimento come i seminari promossi a Nantes, nell’estate 2016, da ReMi (Re-Engineering Moving Image) sull’emulsione manuale, in cui si sono confrontati tecnici, studiosi, filmmaker e artisti. E poi ci sono i “superottimisti”…

Laboratorio a Nantes

Laboratorio a Nantes

“Superottimisti” è un progetto di recupero della memoria attraverso la raccolta di filmati amatoriali in formato ridotto 8mm, Super8, 9,5mm e 16mm, e la loro successiva catalogazione, archiviazione e diffusione. Il progetto è coordinato dall’Associazione Museo Nazionale del Cinema, che dal 2015 ne acquisisce i diritti dall’Associazione Documentary in Europe. Il progetto, a base regionale, dopo aver realizzato progetti dal 2007 in tutte le province piemontesi, sbarca a Torino con una raccolta, grazie al sostegno della Circoscrizione 1 della città, primo elemento concreto di una serie di azioni che mirano a rilanciare le attività e a coinvolgere il territorio. Dal giugno fino a settembre, l’Associazione ha svolto un lavoro di ricerca e di raccolta di materiali che raccontino il passato recente della Circoscrizione 1, i cambiamenti urbanistici e sociali, attraverso gli occhi dei suoi abitanti, con l’obiettivo di conservare la memoria collettiva del territorio. La raccolta avverrà materialmente grazie al lavoro degli archivisti di “Superottimisti” in una serie di luoghi che possano raccogliere i materiali portati dai donatori: il Centro Polifunzionale e l’Ecomuseo della Circoscrizione 1 in via Dego 6, la Biblioteca Civica Centrale in via della Cittadella 5 e il Centro San Liborio – FabLab Pavone, in via Bellezia 19.

Una suggestiva immagine di Torino con sullo sfondo la Mole Antonelliana

Una suggestiva immagine di Torino con sullo sfondo la Mole Antonelliana

L’evento finale è previsto per dicembre in un luogo simbolo per la comunità facilmente accessibile a tutti, in modo da intercettare un pubblico più vasto possibile. Il materiale raccolto sarà poi reso disponibile per future ricerche o altri utilizzi, diventando, così, patrimonio del territorio e della collettività. Il progetto all’interno della Circoscrizione è quindi un primo esperimento pilota, che può far innescare altre iniziative simili in altri quartieri e poi in tutta la città, per salvaguardare i ricordi cittadini e salvare le pellicole dall’oblio e dal deperimento.

Il riferimento più ampio va all’Associazione HomeMovies di Bologna ovvero l’Archivio Nazionale del Film di Famiglia che da una decina d’anni raccoglie, cataloga e diffonde il cinema amatoriale e familiare, spesso nascosto e inaccessibile, ponendo sul tappeto la grande questione dell’archiviazione e del restauro dei materiali stessi.

Archivio HomeMovies, Bologna

Archivio HomeMovies, Bologna

Sappiamo che con l’avvento del digitale il tema dell’archiviazione e del restauro dei materiali analogici si è imposto all’attenzione internazionale (si pensi alla Fondazione Scorsese e al lavoro incessante della Cineteca di Bologna), coinvolgendo anche le cineteche più piccole come archivi privati e associativi. Non a caso la nuova legge italiana sul cinema, in dirittura d’arrivo in Parlamento, tra i suoi principi costitutivi ha il sostegno e la promozione della conservazione, del restauro e della fruizione del patrimonio filmico e audiovisivo nazionale.

Ancora uno dei curatori della sezione di Pesaro, Karianne Fiorini, sugli aspetti archivistici e autoriali del fenomeno sottolinea: “In diverse edizioni della Conference di AMIA (The Association of Moving Image Archivist) ho presentato progetti di recupero archivistico di collezioni filmiche amatoriali, ma seguo anche gli incontri del Cinema Ritrovato, di Rencontres INEDITS/Films Amateurs-Memoire d’Europe, l’Home Movie Summit, l’Orphan Film Symposium, il Privat-Vorstellung Internationales Festival des Amateurfilms di Francoforte. Ho da poco concluso la prima parte di un lavoro di recupero e valorizzazione dell’archivio filmico di Helga Fanderl, che nella sua carriera ha girato circa 900 film in Super8. Insieme all’artista abbiamo appena pubblicato il catalogo integrale dei suoi film sul sito e stiamo lavorando alla seconda parte del progetto, che prevede la pubblicazione di un catalogo ragionato delle sue opere. È cominciato un lavoro simile sull’archivio di Giuseppe Baresi e di Jaap Pieters. È in questa direzione che si può coniugare un lavoro archivistico di salvaguardia, ordinamento e valorizzazione dei materiali e una riflessione rigorosa sulle modalità curatoriali per continuare a mostrare e far vivere questo cinema”. Quindi c’è spazio per nuovi archivi e altre pubblicazioni per un patrimonio fino a ieri considerato “privato” o molto marginale rispetto alla Storia, cinematografica e non, del Paese e che, invece, come nel caso dei diari raccolti a Pieve Santo Stefano dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale, rappresenta un’importante colonna audiovisiva della memoria nazionale.

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QUALITÀ IN SERIE
a cura di Luisa Ceretto e Giancarlo Zappoli

BILLIONS
di Giancarlo Zappoli

Iniziata con una prima stagione formata da 12 episodi la serie, che vede come protagonisti Paul Giamatti e Damian Lewis, ha già in lavorazione una seconda stagione che esordirà il 19 febbraio 2017.

1Regia: Neil Burger, Neil LaBute, Scott Hornbacher, James Foley, Stephen Gyllenhaal, John Dahl, Susanna White, Karyn Kusama, Anna Boden, Ryan Fleck, Michael Cuesta.
Soggetto e Sceneggiatura: Brian Koppelman, David Levien, Andrew Ross Sorkin
Interpreti: Paul Giamatti (Chuck Rhoades), Damian Lewis (Bobby “Axe” Axelrod), Maggie Siff (Wendy Rhoades), Malin Akerman (Lara Axelrod)
Produzione: Best Available!, TBTF Productions Inc
Distribuzione in Italia: Sky Atlantic
Origine: USA, 2016
Durata: 12 episodi

I PROTAGONISTI

2Più che una vera è propria trama (che finirebbe con il fare troppi spoilers) può essere utile al lettore una definizione dei quattro caratteri principali.

Bobby “Axe” Axelrod è il manager di un’agenzia che opera su fondi speculativi e che su di essa ha basato la propria crescita sociale ed economica. Axe ci tiene ad apparire in pubblico come un benefattore ed elargisce pertanto notevoli somme per iniziative di carattere sociale. La sua attività professionale si basa però su azioni che spesso travalicano i confini della legge.

Charles “Chuck” Rhoades è il Procuratore Distrettuale del Southern District di New York la cui attività è rivolta a stroncare le attività illegali in ambito finanziario. Nel momento in cui mette Axelrod nel mirino mette in atto tutte le strategie possibili per incastrarlo.

Wendy Rhoades è la moglie di Chuck con il quale ha, sul piano sessuale, un rapporto sado-maso in cui il coniuge è colui che subisce. E’ una psicologa motivazionale e lavora da più di 15 anni proprio nell’azienda di Axelrod.

Lara Axelrod è la consorte di Axe con il quale condivide l’ascesa sociale . E’ sorella di un vigile del fuoco morto l’11 settembre 2001.

Il cinema ha trattato in più occasioni negli ultimi anni le problematiche relative alle speculazioni finanziarie che hanno portato alla crisi economica mondiale di cui si stanno ancora pagando le conseguenze. Lo ha fatto, per esemplificare, con toni più romanzeschi con Oliver Stone in “Wall Street. Il denaro non dorme mai” o in modo quasi ‘tecnico in film come “La grande scommessa”. La serialità televisiva non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di intervenire sul tema e lo ha fatto prendendo spunto dalla realtà. Perché il personaggio di “Chuck”Rhoades è modellato sulla figura del Procuratore Distrettuale del Southern District di New York Preetinder Singh “Preet” Bharara (indiano di nascita e naturalizzato cittadino statunitense) il quale si è costruito una fama di integerrimo persecutore. Nel suo mirino sono entrati circa 100 executive di Wall Street, le più grandi banche americane nonché fondi finanziari miliardari che ha fatto chiudere. Ha anche messo in stato di accusa politici newyorkesi tra cui lo Speaker dell’Assemblea dello Stato di New York Sheldon Silver.

Ovviamente si sono prese tutte le precauzioni possibili perché l’identificazione non fosse immediata offrendo la parte a un Paul Giamatti che sembra divertirsi moltissimo in un ruolo che gli permette di sfoggiare una molteplicità di stati d’animo. A partire dalle dichiarazioni che ha rilasciato su coloro che gravitano nel mondo dell’alta finanza speculativa: “Sono dei criminali e almeno potenzialmente andrebbero arrestati tutti quanti. Apparentemente è un crimine senza vittime, ma solo perché non vediamo pistole fumanti o sangue sul marciapiede non vuol dire che non siano gentaglia.(…) Nessuno dice che non puoi avere tanti soldi. Il punto è come li hai fatti. Il grande tema è il controllo, il dualismo tra rinunciarci e mantenerlo, tra il caos e la regolamentazione. Le due parti si odiano perché i procuratori pensano che la finanza sia il male e viceversa.” (Vanity Fair, 13 luglio 2016). Quindi il procuratore non ha nulla di indiano e, soprattutto, ribaltando una convenzione stereotipa non è un eroe senza macchia e senza paura. Perché ha alle spalle una famiglia ricca e un padre che gli ha permesso, con il suo denaro, di non dover partire dal basso e ora gli va a chiedere dei ‘favori’ che lui non intende concedergli. Sempre su un piano professionale ha un forte conflitto di interessi perché deve rispondere del fatto che la moglie Wendy è una delle più strette collaboratrici proprio di colui che dovrebbe mettere sotto accusa. Su un piano più strettamente intimo (ricordando da lontano il “Vizi privati e pubbliche virtù” di Miclos Jancso) si eccita se sottoposto ad umiliazioni dalla consorte. Nella sequenza di apertura di una serie che, abbastanza inusualmente, rinuncia alla sigla lo vediamo legato sul letto con la moglie che lenisce con un fiotto di urina il dolore provocatogli da un mozzicone che gli viene spento sul petto. Le caratteristiche dell’eroe sembrerebbero stare tutte dalla parte di chi invece dovrebbe essere il ‘cattivo’. Axe Axelrod infatti si è, come si direbbe con una frase d’uso comune, “fatto da solo” e Damian Lewis (noto al pubblico televisivo per un’altra serie di successo, “Homeland” , in cui interpretava un ambiguo militare reduce dall’Iraq.) sa quali connotazioni offrire al personaggio. Axe portava giornali a domicilio, faceva il caddy sui campi da golf, ha sposato un’infermiera e ora ha un jet privato e può permettersi di fare il bello e il cattivo tempo salvando o facendo fallire società. Il suo bisogno di rivalsa sociale è mascherato da mecenatismo e da interventi da benefattore come quello in favore dello studio dei figli di coloro che perirono durante l’attacco alle Torri Gemelle e facevano parte della sua azienda.

In una serie in cui il testosterone scorre a fiumi le due ladies hanno un ruolo non di spalla. Forse si è fatto tesoro della lezione di “House of Cards” ma sia Wendy che Lara non si limitano a garantire il riposo dei reciproci guerrieri ma si impegnano per imporre la loro personalità. Con maggiore determinazione la moglie di Chuck, con una più forte dose di perfidia quella di Axe.

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PANORAMA LIBRI di Paolo Micalizzi

FEDERICO FELLINI. RIPRESE, RILETTURE,(RE)VISIONI
a cura di Paola Bernardini, Joanne Granata, Teresa Lobalsamo, Alberto Zambenedetti

1Franco Cesati Editore, 2016
Pagg. 271
Euro 24

Si tratta degli Atti della North American Conference on the Italian Master of Cinema. Nella sua premessa, il giornalista Vincenzo mollica racconta che “ in una bella giornata che cominciò  piena di sole all’Università di Toronto svolse una conversazione dal titolo “ Federico Fellini-Frammenti per un ritratto impossibile” in cui ha raccontato alcuni momenti vissuti da testimone in quindici anni come cronista  e amico del regista. E afferma  che ha trovato preziose “ le relazioni degli studiosi, che mi piace considerare scienziati” che si avvicinano all’arte di Fellini: un meraviglioso caleidoscopio di pensieri sul suo fare cinema”. Una competenza che era “una gioia per la mente”. Vincenzo Mollica afferma  di essersi sentito inutile, ma espresse “un solo pensiero degno di nota” e cioè che “l’arte di Federico è un mistero in servizio permanente effettivo, come la bellezza quando è pura e lucente. Nei suoi film, nei suoi scritti, nei suoi disegni, nei suoi sogni il Maestro ha lasciato  un codex ???? meraviglioso sull’avventura umana, tutto da decifrare, da contemplare. Ed invita gli studiosi-scienziati a darsi da fare ricordando anche una frase che gli è stata detta da Roberto Benigni: “Lo scienziato guarda, il poeta vede”. E degli interventi che si sono succeduti al Cionvegno Internazionale, in occasione del ventesimo anniversario della scomparsa di Fellini, si evince che è un autore “ ancora presente, sempre rilevante, sempre pulsante” come è testimoniato dalla sua riapparizione nel film  premio Oscar “La grande bellezza”(2013) di Paolo Sorrentino. Cinque i capitoli in cui si sviluppa il volume. Nel primo sono raccolti cinque Saggi che riguardano i principali interessi teorici e morali di Fellini. Segue una sezione in cui alcuni saggi sottolineano l’influenza persistente di Fellini sul cinema internazionale. Ed infine, un  capitolo in cui si esamina il rapporto di Fellini con altri media e la collaborazione con Nino Rota. Ogni  saggio è corredato da una  bibliografia, un’utile indicazione per poter meglio  approfondire gli interessanti interventi sul cinema di questo grande Maestro del Cinema.

ANIME FERITE- IL CINEMA DI SAVERIO COSTANZO
a cura di Alberto Morsiani e Serena Augusto

2Edizioni Falsopiano, 2015
Pagg. 159
Euro 19

Un volume a più voci, partendo da un’intervista di Serena Augusto a Saverio Costanzo in cui si ripercorre la carriera del regista a partire dai  primi documentari fino al film “Hungry Hearts” con puntualizzazioni che riguardano  l’adattamento letterario, il rapporto con la fede, con gli  attori e le influenze del cinema di altri autori. Ma anche le esperienze televisive de regista, il  suo rapporto con il cinema italiano ed il suo pensiero sul cinema americano. Un Saggio di Alberto Morsiani analizza il rapporto dell’autore con la claustrofobia rappresentata nei suoi film “Private” e “Hungry Hearts”, mentre Tullio Masoni incentra il suo intervento sull’uso che il regista fa della differenza fra memoria  e ricordo. Roberto Chiesi si sofferma poi ad analizzare criticamente  “La solitudine dei numeri primi” ed il rapporto con il romanzo di Paolo Giordano che Saverio Costanzo ha adottato. Mentre Emanuela Martini si occupa di esaminare l’opera televisiva“In Treatment”.

Infine, un ponderoso corredo fotografico ed un’antologia  della critica su ogni opera del regista che aiuta a riflettere meglio sul cinema di  Saverio Costanzo.

CINEMA IN CAMICIA NERA
di Agata Motta

3Edizioni Solfanelli.2016
Pagg. 262
Euro 18

Un lungo viaggio attraverso il fascismo che, come sottolinea Enzo Natta nella presentazione, è frutto di una ricerca praticata andando oltre le abituali fonti bibliografiche. Poiché, aggiunge, la “Storia del cinema in camicia nera che ne è conseguita si è moltiplicata in altre storie che ne hanno accompagnato il percorso, riflettendo ambiguità , contrasti, discrepanze che di quegli anni hanno evidenziato le sconcertanti contraddizioni, nonostante l’indubbia carica di modernità che gli consentì di raggiungere traguardi e primati. Enzo Natta traccia poi un excursus sul cinema italiano del ventennio che è utile per poter poi approfondire l’analisi che ne fa l’autrice in sei capitoli che spaziano  dalle questioni critiche del cinematografia al tempo del regime  ad autori in  primo piano di quel periodo per affrontare  “Il fermento nelle riviste cinematografiche, il cinema calligrafico e il cinema comico per “ridere per non pensare”.  Ma anche la filmografia bellica ed il cinema di un regista come Vittorio De Sica

“alla ricerca di uno stile”, il passaggio verso il neorealismo e il ruolo di “Ossessione” per arrivare, infine, ad analizzare  “il crollo del fascismo”. A conclusione Agata Motta fornisce un elenco di film citati, una Bibliografia e l’elenco di alcuni articoli e una webgrafia. Utili indicazioni per ulteriori approfondimenti.

CINEMA E TERRORISMO
di Carmine Mezzacapa

4Edizioni Paginauno,2016
Pagg. 317
Euro 15

Un argomento poco affrontato dalla pubblicistica cinematografica che trova ora in questo libro  un ampio approfondimento. Proponendo un’ampia selezione di film sulla lotta armata in Italia per analizzare come essa sia stata affrontata dalla nostra cinematografia. Emerge, quindi, il conflitto generazionale affrontati da film come ”Colpire al cuore” di Gianni Amelio e “Caro Papà” di Dino Risi, i dubbi ideologici ed esistenziali dei protagonisti dei film di Marco Tullio Giordana (“Maledetti vi amerò” e “La caduta degli angeli ribelli”. Ma anche in un film meno conosciuto come “Il ragazzo di Ebalus” di Giuseppe Schito, il tormento della coscienza borghese che si oppone alla propria classe sociale in “Una fredda mattina di maggio” di Vittorio Sindoni o l’atteggiamento irriducibile dei film “Gli invisibili” di Pasquale Squitieri e “La  mia generazione” di Wilma Labate. Cinquanta i film passati in rassegna tra cui non mancano “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio e “La prima linea” di Renato De Maria, raggruppati per tematica in 12 capitoli. Li precede un’introduzione dell’autore dal titolo “Il dito e la luna” che annota una serie di appunti sul rapporto cinema-storia e sulla rappresentazione della lotta armata nel cinema italiano.

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AUTORI (New entry)

Nella sezione dedicata agli autori troverete la biografia di ognuno.

Autori

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CREDITS

Carte di Cinema 10

Sede c/o FEDIC dott.ssa Antonella Citi, Via E.Toti, 7 – Montecatini Terme (PT)
E-mail: info@cartedicinema.org

Carte di Cinema è edito dalla FEDIC -Federazione Italiana dei Cineclub
Direttore responsabile: Paolo Micalizzi  (E-mail: paolomicalizzi@gmail.com )
Direttore editoriale: Giorgio Ricci
Redazione: Maurizio Villani

Progetto grafico e impaginazione: Lorenzo Bianchi Ballano

Hanno collaborato al numero 10 della rivista online: Laura Biggi, Gianluca Castellini, Marcello Cella, Paola Dei, Marino Demata, Elio Girlanda, Marco Incerti Zambelli, Roberto Lasagna, Francesco Saverio Marzaduri, Tullio Masoni, Roberto Merlino, Paolo Micalizzi, Marina Ruiz, Giorgio Sabbatini, Paolo Vecchi, Giancarlo Zappoli, Guido Zauli.